Il Tesoro italiano ha collocato un nuovo BTP decennale con cedola al 4%: il controvalore, riporta Money.it, è compreso fra 3,5 e 4 miliardi di euro. Chi lo compra oggi, alla data di emissione, blocca quella cedola per dieci anni. La domanda che si stanno ponendo gli operatori è un’altra: quel 4% resterà competitivo, oppure i rendimenti sui titoli di Stato hanno ancora margine per salire.

La risposta arriva dal mercato obbligazionario più grande al mondo, quello dei Treasury statunitensi. Il Tesoro USA ha reso noto il 19 agosto scorso di voler raddoppiare la propria potenza di fuoco sul riacquisto dei titoli a lunga scadenza: il tetto per ogni singola operazione sale da 2 a oltre 4 miliardi di dollari, mentre la dotazione complessiva aggiuntiva arriva fino a 14 miliardi. Lo scopo dichiarato è tecnico, dare più liquidità al mercato secondario. Gli operatori istituzionali però leggono anche un secondo obiettivo: comprimere i rendimenti sulle scadenze fra 20 e 30 anni ritirando duration dal mercato, un’operazione finanziata con l’emissione di titoli a brevissimo termine.

Il confronto con i numeri complessivi è impietoso. I 14 miliardi restano sotto lo 0,3% del totale emesso ogni anno dagli Stati Uniti, fra i 4,8 e i 5 trilioni di dollari, e pesano appena il 13% sull’offerta trimestrale concentrata proprio sulle scadenze più lunghe. Il debito pubblico USA supera i 40 trilioni. Il deficit federale è vicino al 6% del PIL, mentre la spesa netta per interessi supererebbe 1,1 trilioni l’anno. Le nuove aste riassorbono quasi subito l’effetto degli acquisti: la scala dell’intervento resta minuscola rispetto alla scala del debito.

Il segnale più utile per chi valuta un decennale italiano arriva però dai futures sul SOFR, il tasso interbancario americano legato al costo del denaro fissato dalla Federal Reserve. Sui contratti in scadenza a settembre 2027 il pricing implicito sale al 4,08% di SOFR, contro il 3,63% attuale, un differenziale che vale due rialzi da un quarto di punto ciascuno rispetto a oggi. Quella stessa curva, a fine 2024, scontava invece un ripiegamento fino alla fascia 2,80-3,00%. L’inflazione core misurata dal PCE si ferma poco sopra il 3,3%, vicino al 3,4% nelle stime più recenti, comunque sopra l’obiettivo del 2%: è quel dato, non l’annuncio sui riacquisti, a spiegare perché la Fed potrebbe tenere i tassi alti più a lungo di quanto atteso finora. Un contesto americano restrittivo tende storicamente a trascinare verso l’alto anche i rendimenti europei, BTP compreso.

Qui la matematica obbligazionaria non lascia spazio a interpretazioni: se i tassi sul mercato salgono, il prezzo di un’obbligazione già in circolazione scende, perché le nuove emissioni offrono cedole più alte. Per chi tiene il titolo fino al 2036 il problema non esiste: incassa la cedola lorda al 4% ogni anno, che al netto della tassazione agevolata del 12,5% riservata ai titoli di Stato italiani si riduce a poco più del 2,6%. Il rischio riguarda invece chi potrebbe dover vendere prima della scadenza, o chi tratta questo 4% come un livello destinato a restare valido negli anni successivi.

Chi ha già in portafoglio un BTP decennale, o valuta di comprarne uno in questi mesi, dovrebbe guardare più ai prossimi dati sull’inflazione americana che al singolo collocamento italiano: sono quei numeri a decidere se il 4% di oggi resta un buon punto di ingresso o diventa presto una cedola sotto la media di mercato.

Dati ed elementi di analisi ripresi da Money.it, articolo di Tommaso Scarpellini pubblicato il 26 agosto 2026.