Le università europee firmano circa il 9% dei brevetti depositati all’Ufficio europeo dei brevetti (Epo), una quota ormai vicina a quella degli atenei americani. Il problema sta dopo il deposito: il 40,7% dei brevetti universitari europei decade entro dieci anni, contro il 26,3% degli Stati Uniti.

Il confronto arriva da un nuovo studio dell’Epo, realizzato con l’associazione Astp e con l’istituto tedesco Fraunhofer. Il campione conta 809 uffici di trasferimento tecnologico, le strutture che dovrebbero portare un’invenzione dal laboratorio all’industria e aiutare la nascita di start up. Il Sole 24 Ore, che ha raccontato i dati martedì 27 ottobre, parla di una difficoltà a trasformare la protezione legale in valore economico duraturo.

La crescita degli ultimi vent’anni è netta. Atenei, enti pubblici e ospedali che fanno ricerca hanno più che raddoppiato le richieste di tutela: da 3.200 nel 2006 si è saliti, nel 2025, a ridosso di 8mila. Il loro peso è maggiore dove si studia la scienza di base. Per il 2025, il 34% delle domande europee sulle biotecnologie porta la firma di istituti pubblici e accademici; lo stesso vale per il 29% nel quantistico e per il 26% nel farmaceutico.

Cambia anche la geografia. Il blocco storico formato da Regno Unito, Germania e Francia valeva il 64% ed è sceso al 55%. Guadagnano terreno l’Italia, la Spagna e i Paesi Bassi.

Nel nostro Paese il primo posto spetta al Cnr, l’ente pubblico nazionale di ricerca, che nel 2025 ha presentato 34 domande europee. La classifica prosegue così:

  • il Politecnico di Milano, con 29 domande;
  • l’Istituto Italiano di Tecnologia, con 21;
  • il Politecnico di Torino, con 20;
  • l’Università Statale di Milano, con 17.

Ognuno ha un terreno preferito. Il Cnr si distingue nei semiconduttori, il Politecnico di Milano nella tecnologia medica, l’Istituto Italiano di Tecnologia nel farmaceutico e nel medtech. A Torino prevalgono macchine elettriche ed energia, alla Statale le biotecnologie.

Sul versante delle imprese nate dalla ricerca, l’Italia è sesta in Europa: sono 289 gli spin off accademici italiani con brevetti depositati all’Epo. Qui però i numeri raccontano una crescita stentata. L’89,6% di queste aziende è ancora nella fase iniziale, quella in cui si convalida la tecnologia. Solo 19 sono arrivate a espandersi sul mercato, e nessuna ha toccato la crescita avanzata, che lo studio colloca sopra i 500 milioni di dollari di valutazione. Il 3,8% è stato assorbito da gruppi più grandi.

Il nodo, almeno in parte, riguarda chi dovrebbe accompagnare queste aziende. Il 90,5% degli uffici di trasferimento tecnologico analizzati è di taglia piccola o media. Potenziarli e favorire intese tra Paesi sarebbe, secondo lo studio, un passaggio chiave per far arrivare le invenzioni europee sui mercati internazionali.

La posta in gioco la riassume António Campinos, presidente dell’Epo: portare in modo efficace un’idea dal laboratorio al mercato è ormai decisivo per l’autonomia strategica del continente, oltre che per posti di lavoro e crescita. Il contesto è quello di una competizione globale più dura, alimentata anche dall’attenzione che la Cina dedica alla commercializzazione delle tecnologie.

Per chi guarda a start up e ricerca italiana, il numero da seguire non è quello dei depositi ma quello degli spin off che superano la fase iniziale: oggi sono 19 su 289.

Secondo Il Sole 24 Ore, che ha riportato lo studio dell’Epo martedì 27 ottobre 2026.