Le obbligazioni societarie di Alphabet e Meta offrono rendimenti lordi superiori al 6% sulle scadenze più lunghe, ma il calcolo che conta per un risparmiatore italiano parte da un altro numero: quello che resta dopo la tassazione. Le emissioni a dieci anni di Meta rendono circa il 5,78% lordo. Per avvicinarsi al 7% bisogna spingersi sul bond Meta con scadenza 2055, vicino al 6,94%, o sul titolo Alphabet 2075, il cui rendimento si muove nella forchetta 6,50%-6,60%.

In Italia i proventi delle obbligazioni societarie private pagano un’aliquota del 26%, sia sulle cedole sia sull’eventuale plusvalenza. I titoli di Stato dei paesi presenti nella White List, la lista dei paesi che condividono con il fisco italiano dati fiscali in modo trasparente, godono invece di un’aliquota agevolata al 12,5%. Gli Stati Uniti ne fanno parte, quindi un Treasury sconta la stessa tassazione di un BTP. Tra i due regimi corrono 13,5 punti percentuali, ed è quella distanza a ribaltare il confronto.

Su un orizzonte di dieci anni, questo corporate bond Big Tech al 5,50% lordo, tolti il 26% di imposta e lo 0,20% annuo di bollo sui prodotti finanziari, rende netto il 3,87%. Un Treasury Usa al 4,80% lordo, con l’aliquota al 12,5% e lo stesso bollo, arriva invece al 4,00% netto. Il titolo di Stato, pur partendo più basso di 70 punti base, supera il corporate bond una volta applicate le tasse.

I rendimenti vicini al 7% arrivano solo su un arco che va dai 30 ai 50 anni di scadenza, ed è lì che si nasconde il vero rischio. Con una duration attorno ai 20 anni, un rialzo di un punto percentuale dei tassi può erodere il valore di mercato del titolo di circa un quinto. Chi non porta il bond fino al rimborso finale si assume quel rischio per intero. Scegliendo scadenze più contenute, cinque o dieci anni, il lordo cala nella fascia 4,80%-5,40% e il netto per chi vive fiscalmente in Italia si ferma attorno al 3,35%-3,80%: la parte più remunerativa della curva è anche quella meno accessibile.

C’è poi un ostacolo che viene prima della fiscalità. Queste emissioni circolano soprattutto sul mercato Over-The-Counter Usa, collocate nel quadro della normativa Rule 144A oppure della Regulation S, un perimetro pensato per gli investitori istituzionali. Anche sul mercato secondario pesa il vincolo del regolamento europeo PRIIPs, che impedisce ai broker di venderle a clienti retail senza un documento informativo (KID) nella lingua dell’investitore, documento che Meta e Alphabet non producono per le loro emissioni ordinarie. Sui desk bancari i tagli minimi partono spesso da 100.000 dollari, una soglia che esclude di fatto chi non gestisce un patrimonio consistente.

La via aperta ai risparmiatori passa dagli ETF obbligazionari UCITS quotati su Borsa Italiana: un ETF di iShares sui corporate bond in dollari (ticker LQDE) o l’equivalente targato Xtrackers sul debito societario Usa (ticker XDCC), che raccolgono migliaia di emissioni societarie americane con un rendimento medio tra il 5,30% e il 5,64% e una duration di circa 8 anni. Anche qui la componente obbligazionaria societaria resta tassata al 26%, e le classi senza copertura valutaria aggiungono l’oscillazione euro-dollaro al conto finale.

Chi valuta questi strumenti dovrebbe confrontare sempre il rendimento netto, non quello lordo, prima di sottoscrivere: solo quel numero dice davvero cosa resta in tasca.

Dati e stime tratti dall’analisi pubblicata da Money.it il 31 agosto 2026.