Circa l’84% delle obbligazioni emesse nel mondo paga oggi una cedola sopra il 4% lordo, una soglia che restava quasi solo ai titoli più rischiosi fino a poco tempo fa. Fino al 2021 valeva il contrario: più della metà dei titoli di Stato mondiali pagava un rendimento negativo o vicino allo zero. Per chi cerca reddito da un portafoglio obbligazionario, la finestra si è aperta. La domanda che conta ora è quale bond scegliere senza aumentare troppo il rischio.

In Italia i BTP restano lo strumento più seguito dai risparmiatori: sulle scadenze decennali il rendimento oscilla tra il 3,5% e il 4%, sopra i titoli tedeschi e francesi. Quel vantaggio non è gratuito. Lo spread con il Bund tedesco misura il rischio percepito sul debito italiano, che con un debito pubblico vicino al 135-140% del PIL resta osservato con attenzione dai mercati internazionali. Un allargamento dello spread fa scendere il prezzo del BTP, e chi vende prima della scadenza rischia una perdita anche se il titolo avrebbe pagato tutto a chi lo teneva fino alla fine.

Il rendimento scritto sulla carta non è l’unico numero che conta. Un BTP al 4% lordo su dieci anni, con un’inflazione che si stabilizzasse tra il 2,5% e il 3%, lascia in tasca un guadagno reale molto più sottile di quanto sembri. C’è poi la duration: più lunga è la scadenza, più il prezzo del titolo si muove quando cambiano i tassi. Su obbligazioni sopra i dieci anni, i tassi di riferimento che si spostano di un punto possono far oscillare il prezzo del 7-10%, in entrambe le direzioni.

Guardare fuori dall’Europa allarga le opzioni, ma non toglie i costi nascosti. I Treasury americani rendono tra il 4,3% e il 4,5% su alcune scadenze e offrono una liquidità che in Europa non ha eguali, ma chi guadagna in euro deve fare i conti con il cambio. Coprire il rischio valutario costa oggi tra l’1,5% e il 2% l’anno, una cifra che mangia buona parte del vantaggio sul rendimento nominale. I bond dei mercati emergenti possono pagare il 6-7%, però con un rischio di default che mal si concilia con un obiettivo di protezione del capitale.

Tre variabili contano nei prossimi mesi. La prima è la BCE: nuovi tagli del costo del denaro farebbero salire il prezzo dei bond già in portafoglio, ma ridurrebbero le occasioni per chi deve ancora entrare. La seconda riguarda il debito pubblico italiano: lo spread resta il termometro che i mercati internazionali osservano con più attenzione. La terza riguarda quanto in fretta un nuovo shock energetico o geopolitico potrebbe far ripartire l’inflazione: un’accelerazione del genere ridurrebbe subito il valore reale delle cedole fisse già bloccate in portafoglio.

Chi valuta di entrare ora su un BTP lungo dovrebbe calcolare quanto perderebbe con un rialzo dei tassi prima di firmare l’ordine, non solo quanto incasserebbe di cedola.

Dati e stime riportati da Money.it in un’analisi di Tommaso Scarpellini pubblicata il 3 settembre 2026.