BMW e il comitato aziendale tedesco hanno trovato un’intesa per tagliare posti di lavoro in Germania entro il 2027. Il gruppo non ha reso pubblico un numero ufficiale, ma diverse testate finanziarie e fonti di mercato indicano una cifra vicina alle 8.000 persone. Sarebbe circa un decimo della manodopera tedesca di BMW e circa il 5% dei 150.000 dipendenti del gruppo nel mondo.

Il programma dovrebbe partire in ottobre e proseguire fino al termine del 2027, con pacchetti di uscita volontaria proposti ai lavoratori tedeschi, secondo quanto scrive Bloomberg. La riduzione non riguarderebbe le linee di produzione. Le funzioni più coinvolte sarebbero quelle centrali, in particolare amministrazione e sviluppo prodotto, segno di un intervento sui costi di struttura piuttosto che sulla fabbrica.

Un portavoce di BMW ha confermato l’accordo con la rappresentanza dei lavoratori su un piano di ristrutturazione in Germania, senza fornire dettagli numerici. La decisione arriva mentre BMW attraversa un semestre difficile: nella prima metà del 2026 le vendite globali sono scese del 4,2%, con un crollo ancora più marcato in Cina, dove i volumi sono calati del 20,4%.

Il gruppo bavarese deve fare i conti insieme con una domanda più fiacca, la frenata dell’elettrico, la concorrenza dei costruttori cinesi e i dazi imposti da Washington sotto la guida di Trump. Il titolo in Borsa ne ha risentito. Le azioni del gruppo erano già scese, circa quattro settimane prima, ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni, subito dopo la revisione al ribasso delle stime di utile per l’esercizio 2026. Tagliare personale diventa quindi una leva per difendere i margini, soprattutto quando sono proprio i mercati più redditizi a rallentare.

In Germania BMW non è la sola a mettere mano all’organico. Anche Volkswagen si muove con una ristrutturazione di vasta portata, puntando a dimezzare la gamma di modelli prodotti: secondo le stime circolate, gli esuberi complessivi nei prossimi anni potrebbero toccare quota 100.000 in tutto il gruppo. Porsche, controllata dello stesso gruppo, ha annunciato altri 5.000 esuberi con scadenza 2035, come parte di un più ampio contenimento dei costi.

Anche il gruppo Mercedes-Benz sta portando avanti da tempo un piano di efficienza costruito su uscite volontarie e tagli ad altre voci di costo. Nel secondo trimestre 2026 la casa di Stoccarda ha registrato ricavi in calo del 3,3%, ma un utile netto salito del 13% e un Ebit cresciuto del 22% se confrontato con lo stesso trimestre del 2025: la riduzione dei costi, quando arriva prima della crisi acuta, può convivere con margini in miglioramento.

Sul settore pesa anche la spinta dell’export cinese. I numeri diffusi dalle autorità di Pechino mostrano che, nel mese di giugno, i produttori del paese hanno spedito oltre un milione di automobili fuori dai confini nazionali, con una crescita del 71% su base annua. Le proiezioni per l’anno intero indicano che le esportazioni cinesi potrebbero toccare quota 10 milioni di vetture: un volume che supererebbe sia il Giappone, la cui produzione destinata all’estero si ferma su circa 4 milioni di unità, sia la Germania, ferma invece a 3,2 milioni.

Per chi lavora nella filiera italiana dei fornitori auto, il segnale da monitorare nei prossimi mesi non è il numero degli esuberi tedeschi. Sono gli ordini che BMW assegnerà all’indotto: un taglio concentrato su amministrazione e sviluppo, e non sulle linee produttive, lascia aperta la domanda su quanto reggerà la componentistica italiana nei prossimi trimestri.

Notizia riportata da QuiFinanza il 29 luglio 2026, a firma di Claudio Cafarelli.