Bitcoin è tornato sopra i 65.000 dollari nella stessa settimana in cui l’oro ha messo a segno un rialzo consistente. Due asset che di solito non si muovono in sincronia questa volta raccontano la stessa storia sui tassi americani.

A muovere i mercati è stato un dato pubblicato pochi giorni fa negli Stati Uniti. Il mese di luglio ha chiuso con 23.000 posti di lavoro in meno, mentre gli economisti si aspettavano un aumento di 83.000. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,1%. Un’economia con l’occupazione in calo non spinge la Fed, la banca centrale americana, a stringere ulteriormente i tassi.

Una Fed meno propensa a nuovi rialzi indebolisce tipicamente il dollaro. Un dollaro debole è storicamente la condizione ideale per chi possiede asset che non pagano interessi, come oro e bitcoin.

Il meccanismo dietro il rally ha un nome tecnico: tasso reale, cioè quanto rende un titolo di Stato una volta tolta l’inflazione attesa. Quando quel rendimento si comprime, oro e bitcoin diventano più attraenti delle obbligazioni. Il motivo è semplice: le obbligazioni, in quello scenario, perdono valore reale. Se la Fed rallenta la stretta monetaria dopo un dato sul lavoro debole come questo, il rendimento reale dei titoli decennali americani resta compresso e la domanda per i due asset ne beneficia.

Secondo l’analisi pubblicata da Money.it, il secondo elemento è la tensione geopolitica intorno allo Stretto di Hormuz. Un’intesa tra Iran e Oman resta in bilico: prevede un’apertura del passaggio navale per 60 giorni, ma a condizioni restrittive. Finché la visibilità sulle rotte del petrolio resta bassa, la domanda di beni rifugio come l’oro si rafforza.

Il bitcoin, però, segue una logica diversa. Il suo legame storico con la geopolitica è meno diretto, e il ritorno sopra i 65.000 dollari sembra spiegato più dalle attese sui tassi che dalla ricerca di un rifugio. L’oro si muove per cautela verso il rischio, il bitcoin per l’aspettativa di una politica monetaria più morbida che potrebbe far tornare capitali su asset percepiti come resistenti all’inflazione.

C’è poi un terzo filo che lega i due movimenti: la de-dollarizzazione. L’euro scambia sopra quota 1,15 sul dollaro, un livello che racconta la stessa perdita di forza della moneta americana rispetto ad altre grandi valute mondiali. Alcuni Stati e investitori istituzionali stanno riducendo gradualmente l’esposizione al dollaro, spostandosi verso asset scarsi o non legati alle scelte delle banche centrali.

La differenza tra i due resta ampia. L’oro ha alle spalle secoli di uso come riserva di valore e oscilla poco rispetto alla propria storia. Il bitcoin è nato meno di vent’anni fa, vale in totale molto meno dei mercati tradizionali e può muoversi con violenza in entrambe le direzioni. Chi lo sceglie accetta un rischio più alto in cambio di un potenziale rialzo più alto.

Per chi ha un’esposizione su questi asset, il segnale da seguire nelle prossime settimane non è il prezzo del momento ma i dati che potrebbero spezzare la sincronia. Una Fed che torna ad alzare i tassi, un’inflazione americana più alta del previsto o la chiusura di un’intesa sullo Stretto di Hormuz cambierebbero lo scenario in fretta.

Dati e analisi riportati da Money.it nell’articolo di Tommaso Scarpellini, pubblicato l’11 agosto 2026.