Sessantaquattromila dollari: da giorni il Bitcoin non si stacca da questa soglia, chiuso tra 63.000 e 64.000 dollari anche dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione americana. Il 3,4% segnato dall’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti ha rispecchiato le attese degli economisti, senza sorprese in nessuna delle due direzioni. Gli operatori attribuiscono comunque un peso specifico a quel numero: le scommesse su una Fed che rallenta la stretta monetaria a settembre sono salite fino al 60% di probabilità implicita. Il rally che chi puntava su un allentamento si aspettava, però, non è arrivato.

Dentro il settore, la pressione arriva anche da chi estrae Bitcoin. Le analisi on-chain stimano vendite dei miner quotati in borsa per 1,78 miliardi di dollari nel corso degli ultimi mesi. Nello stesso periodo il margine dei miner si è ristretto: le commissioni di transazione ormai valgono meno dello 0,7% dei loro ricavi complessivi. È un minimo che non si vedeva da un decennio. Questa stretta sta spingendo alcuni operatori a cercare fonti di reddito alternative, in particolare nel calcolo per l’intelligenza artificiale.

2,25 miliardi di dollari: è la cifra con cui Goldman Sachs rileva NEOS, il gestore specializzato in ETF a strategia opzionale. L’operazione porta gli asset della piattaforma di ETF derivati della banca a quota 130 miliardi di dollari, un salto che secondo diversi osservatori serve anche a rafforzare la gamma di prodotti a reddito legati al Bitcoin. Il riferimento è la concorrenza diretta con il fondo BITA firmato da BlackRock, il rivale più citato in questo segmento.

Sul fronte Ethereum, il gestore Fidelity valuta una novità per il proprio ETF: aggiungere lo staking con distribuzioni trimestrali, un prodotto che oggi vale circa 900 milioni di dollari di patrimonio in gestione. Nella proposta l’85% dei rendimenti da staking resterebbe agli investitori del fondo, mentre il restante 15% andrebbe a chi fornisce il servizio tecnico di validazione. Per gli analisti citati da Soldionline, queste mosse mostrano un interesse istituzionale che guarda oltre la scommessa sul prezzo, fino ai flussi di reddito generati dall’infrastruttura blockchain.

Un miliardo di dollari: è quanto stanzia il market maker Wintermute per spingersi oltre le criptovalute, dentro il settore dell’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è arrivare, entro il 2027, a un mix di ricavi in cui le attività estranee al crypto superino il 50% del totale, contro appena il 10% di oggi. Il tema intelligenza artificiale continua a muovere anche i listini azionari. CoreWeave, il fornitore di infrastrutture di calcolo, ha diffuso ricavi trimestrali sopra le attese, saliti a 2,58 miliardi di dollari, con il titolo che in una sola seduta ha guadagnato il 16%.

Per chi ha soldi investiti in criptovalute, le prossime settimane vanno lette guardando due indicatori più del prezzo del Bitcoin in sé: il ritmo dei flussi verso i nuovi ETF a reddito e l’esito della riunione Fed di settembre. Sono questi due segnali a stabilire se la soglia dei 63.000 dollari diventa un pavimento solido o il punto di partenza della prossima correzione.

Dati e dichiarazioni riportati da Soldionline nell’articolo pubblicato il 12 agosto 2026.