Le azioni regalate ai dipendenti restano agevolate anche se il piano lascia fuori i neoassunti e i vertici aziendali. Lo ha stabilito l’Agenzia delle Entrate mercoledì 28 ottobre, nella risposta numero 194 a un interpello, raccontata da Money.it. Per chi le riceve, l’esenzione arriva a 2.065,83 euro per ogni anno d’imposta.

Il parere è stato chiesto dalla filiale italiana di un colosso multinazionale, attiva nella vendita di materiale elettrico. Il gruppo intende regalare ai lavoratori, anno dopo anno, titoli di una società estera titolare di una quota intorno al 13% della capogruppo. La quantità è uguale per tutti, senza obiettivi di performance, e chi li riceve può tenerli o venderli.

Restano fuori tre categorie. Sono esclusi i dipendenti con meno di tre anni di servizio alla data della delibera, chi ha già dato le dimissioni e il presidente con i massimi dirigenti operativi. Questi ultimi sono sette persone in Italia, lo 0,35% degli addetti del gruppo. Secondo la società, il piano raggiunge circa l’85% del personale.

L’Agenzia non vede problemi. Un requisito minimo di servizio, spiega, serve ad assicurare un inserimento stabile e non crea una vera disparità. I manager di vertice hanno già altri strumenti, quindi escluderli evita sovrapposizioni. Pesa invece il fatto che il vantaggio non sia riservato a pochi lavoratori individuati.

C’è però un limite. Il parere ha esaminato solo l’apertura a tutti i dipendenti, mentre tetto, vincolo triennale e appartenenza al gruppo non sono stati verificati: la richiedente li ha considerati acquisiti. Il via libera vale dunque a patto che anche quelle condizioni siano rispettate, e il dato sull’85% arriva dalla richiesta stessa, non da un controllo indipendente.

La regola sta nell’articolo 51 del TUIR, comma 2, lettera g). Il tetto è ancora scritto in lire, 4 milioni. Con azioni da 2.000 euro non si paga nulla. Con azioni da 3.000 euro restano esenti 2.065,83 euro, mentre i restanti 934,17 euro fanno salire la busta paga e seguono l’aliquota Irpef più alta del lavoratore. Sono ammessi solo i titoli del datore o delle società collegate nello stesso gruppo.

Vendere in anticipo non è vietato, ma costa. Se le azioni escono dal portafoglio prima di tre anni, o vengono riacquistate dall’emittente o dall’azienda, l’importo esentato entra nel reddito dell’anno della cessione. Chi incassa 2.065,83 euro di titoli e li cede dopo dodici mesi li ritrova quindi tassati in quell’anno. La legge conta il triennio dalla percezione, la prassi dell’Agenzia dall’assegnazione.

Superato il triennio, i titoli diventano un investimento come un altro. Su dividendi e plusvalenze si applica di norma il 26%, a cui si può aggiungere la ritenuta del Paese della società estera. Il punto delicato riguarda il costo fiscale di carico. Con la circolare 54/E emessa nel 2008, l’Agenzia trattava come plusvalenza l’intero prezzo incassato vendendo azioni gratuite. Se quella linea regge ancora, la somma esentata oggi può tornare domani come guadagno più alto. La risposta 194 non lo affronta, quindi prima di vendere conviene sentire prima un commercialista o la propria banca.

Non vanno confuse altre misure. Le stock option, ossia la facoltà di acquistare titoli a un prezzo concordato in partenza, hanno perso il regime agevolato nel 2008. I premi di risultato pagati in azioni seguono un’altra strada: la legge 76 del 2025 esenta per metà i dividendi, entro 1.500 euro, misura estesa al 2026 dalla legge di Bilancio. Le azioni gratuite di cui parliamo restano fuori da quel meccanismo.

Il decreto legislativo 117 del 2026 riscrive la numerazione delle imposte sui redditi e si applica da gennaio 2027. La lettera g) diventa la lettera l) del comma 2 dell’articolo 53. A chi gestisce un piano restano poco meno di sessanta giorni per rivedere regolamenti, accordi e comunicazioni ai dipendenti.

Secondo Money.it, che ha raccontato la risposta a interpello 194 dell’Agenzia delle Entrate, nell’articolo del 2 novembre 2026.