Le imprese italiane rinunciano ogni anno a un tesoretto da 46 miliardi tra sgravi fiscali e contributivi che potrebbero incassare senza che cambi una sola norma. Il numero arriva da un’analisi di PwC sulla spesa salariale nel nostro Paese, ripresa da Il Sole 24 Ore: la società di consulenza ha passato al setaccio 400mila aziende e 13 milioni di buste paga, per una spesa per il personale che vale 457 miliardi di euro.

Da quella base emergono 33 miliardi di euro ancora recuperabili, sommando inefficienze, dimenticanze e crediti fiscali collegati ad agevolazioni mai attivate: gli sgravi per le assunzioni di giovani e donne, gli incentivi del Mezzogiorno e delle zone economiche speciali, il recupero dell’IVA sulle note spese. Esteso a tutti i lavoratori dipendenti del Paese, il conto sale fino a quota 46 miliardi, dice Francesco de Mutiis, direttore dell’area People Transformation di PwC.

Ad andare a caccia di quel bacino inesplorato è Jet Recupero Ai, la piattaforma di JetHR pensata per stanare i crediti dimenticati nelle buste paga. Marco Ogliengo, amministratore delegato e cofondatore della società, racconta di aver individuato margini di risparmio, tra agevolazioni complesse da applicare e voci semplicemente dimenticate, in oltre la metà delle imprese passate in rassegna: più di 250 clienti, con un guadagno medio superiore ai 1.500 euro per ciascun dipendente. Tra gli esempi concreti: Lexroom ha recuperato 210mila euro sul fronte contributivo e altri 40mila su quello gestionale; per Serenis le cifre sono 101mila e 49mila; per Octopus Energy 193mila e 36mila; per Richmond 41mila e 5mila.

Dietro questi numeri c’è il peso del cuneo fiscale italiano, salito al 45,8%: la Ocse misura una media, tra i suoi 38 membri, di 35,1%, e solo quattro Paesi fanno peggio di noi. Applicando i calcoli di PwC, su cento euro spesi da un’azienda per un dipendente, 46 finiscono tra tasse e contributi, e al lavoratore arriva in busta paga netta poco più della metà di quella cifra.

Maria Anghileri, direttrice operativa di Eusider Group e voce dei Giovani di Confindustria, punta il dito anche sul costo dell’energia, che considera il primo freno alla competitività delle aziende italiane. Sui salari, aggiunge, va fatto uno sforzo per attrarre lavoratori e correggere lo squilibrio che separa i posti disponibili dai profili in cerca di lavoro: la proposta dei Giovani di Confindustria è uno sgravio Irpef per chi ha meno di 35 anni, con una retribuzione fino a 50mila euro, nei primi cinque anni di carriera, che porterebbe nelle tasche del lavoratore un extra vicino ai mille euro al mese.

Nel 2025 un’ora di lavoro in Italia costa in media circa 32 euro, una cifra inferiore ai 34,9 euro della media europea e ai 38,2 dell’area euro. Di quella somma, circa 23 euro finiscono in retribuzione diretta e i restanti 9 in oneri non salariali: una quota del 28,1% sul totale, più alta del 24,8% registrato in Europa e del 25,6% dell’area euro.

Lo studio cataloga 33 leve di ottimizzazione, divise tra sgravi con un tetto di spesa fissato, misure calcolate in percentuale e interventi organizzativi. Sul campione osservato, il risparmio medio potenziale sfiora i 31 miliardi di euro: una cifra che pesa per circa sette punti sulla spesa salariale complessiva delle aziende coinvolte. Più della metà di quel margine arriva dagli incentivi contributivi a tetto fisso, un terzo dalle leve organizzative e il resto da quelle percentuali.

Il beneficio relativo cresce quanto più piccola è l’azienda: tocca il 7,37% della spesa per il personale nelle microimprese, scende al 5,38% tra le piccole realtà, si ferma poco sotto il 4,5% sia nelle medie imprese, dove segna 4,47%, sia nelle grandi, ferme a 4,51%. Le leve, spiega lo studio, esistono già: a mancare è la capacità di applicarle tutte, tra decreti che arrivano in ritardo, contratti collettivi diversi da settore a settore e regole che cambiano da una regione all’altra.

Per chi guida una piccola impresa, il margine non nasce da nuove assunzioni ma dal controllo tecnico delle buste paga già esistenti: una verifica delle agevolazioni cumulabili prima della chiusura dell’esercizio può valere più di un aumento di fatturato. Per chi è dipendente, la distanza tra quanto un’azienda spende ogni ora per il suo lavoro e quanto gli arriva davvero in busta paga resta il primo ostacolo a stipendi più alti, prima ancora della produttività.

Dati e dichiarazioni tratti dallo studio PwC riportato da Il Sole 24 Ore giovedì 17 settembre 2026.