Ad Arezzo il distretto orafo, nato 100 anni fa attorno a Gori&Zucchi, poi diventata UnoAerre, sta cambiando pelle. Nei primi tre mesi del 2026 le vendite estere di gioielleria sono scese del 49%, mentre l’export di lingotti d’oro è balzato da poco meno di due miliardi a oltre sei miliardi di euro. Quattro miliardi in più in un solo trimestre.

Il fenomeno non è nuovo. Nel 2025 l’export di gioielleria era già sceso a quota 4,5 miliardi di euro, in calo del 41% sull’anno precedente, dopo la parentesi di crescita del 2024 legata agli acquisti della Turchia, che aveva approfittato di una modifica fiscale per fare incetta di catenine e semilavorati aretini. Nello stesso 2025 le vendite estere di lingotti sono cresciute del 128%, toccando quasi 11 miliardi di euro.

Secondo Il Sole 24 Ore, dietro questa crescita c’è un’industria che per anni Bankitalia e l’Irpet avevano descritto come marginale: quella dell’affinazione, cioè la purificazione dei metalli preziosi, e del recupero dell’oro dai rifiuti e dagli scarti industriali. Il fatturato aziendale toscano del 2025 vede quattro produttori di lingotti tra le prime 15 imprese della classifica.

Italpreziosi resta la più grande del gruppo: un fatturato di 5,9 miliardi, in crescita del 50% sull’anno prima, e 96 persone in organico; l’utile netto è stato di 5,2 milioni. Chimet segue con ricavi fermi a 5,7 miliardi rispetto al 2024, 150 addetti in forza e un risultato di esercizio da 41,5 milioni. Per Tca il conto economico registra 2,4 miliardi di fatturato, altrettanti 150 dipendenti e 3,8 milioni di utile. Safimet chiude a 1,3 miliardi di fatturato, con 70 persone impiegate e un utile di 6,3 milioni. Sommando le quattro sigle si arriva a 15,2 miliardi di fatturato complessivo e 470 posti di lavoro.

A guidare Chimet, riconducibile alla famiglia Squarcialupi che ha in mano pure UnoAerre, è Luca Benvenuti. Per fare lingotti servono due condizioni, spiega l’amministratore delegato: avere il metallo a disposizione e poterne certificare la provenienza. Da sei anni Chimet lavora solo oro riciclato da scarti e rifiuti industriali, un processo che l’azienda definisce completamente circolare, con fonti verificate. La produzione spazia da barre di poco più di un chilo a blocchi da 12,5 chili, lo standard Good Delivery richiesto da banche e istituti finanziari, in gran parte svizzeri, oltre ad altri operatori del settore.

L’occupazione generata resta contenuta. Benvenuti parla di poche assunzioni l’anno, non decine di posti, ma rivendica il valore strategico dell’attività: il distretto recupera platino, rodio e rutenio, materie prime critiche per l’industria europea, e questo genera Pil ed export anche quando il numero di addetti non cresce di pari passo.

Per Arezzo, il nodo dei prossimi mesi non è più solo commerciale. È capire se questa nuova industria potrà assorbire lavoratori e competenze del comparto orafo tradizionale in difficoltà, oppure se resterà un settore a parte: redditizio, strategico, ma con pochi posti di lavoro da offrire a chi oggi rischia il licenziamento nella gioielleria.

Dati ed elementi riportati da Il Sole 24 Ore, a firma di Silvia Pieraccini, nell’articolo pubblicato il 29 agosto 2026.