Le intese commerciali più recenti dell’Unione europea cambiano il modo in cui un’azienda dimostra che la sua merce ha diritto al dazio ridotto, spiega un’analisi del Sole 24 Ore. Il certificato EUR.1 è il documento che la dogana del paese esportatore rilasciava caso per caso, dopo aver controllato i requisiti di origine della merce. Gli accordi firmati negli ultimi anni non lo prevedono più.

Al suo posto arriva un sistema che sposta la responsabilità sugli operatori economici che partecipano allo scambio commerciale. Le imprese che vogliono continuare a usarlo devono però garantire un’organizzazione interna solida e affidabile, perché è la loro parola a sostituire il controllo doganale preventivo.

Due sono le strade per ottenere il trattamento agevolato. La prima passa dal sistema REX (Registered Exporter): l’esportatore autorizzato attesta da sé l’origine preferenziale, indicandola su fattura o su un diverso documento commerciale che renda riconoscibile la merce. Il registro esiste dal 2017 e serve anche per il sistema di preferenze generalizzate verso i paesi in via di sviluppo. La sua gestione è condivisa tra la Commissione europea e le autorità dei paesi firmatari. Sono loro a dover verificare i requisiti prima di autorizzare un’azienda. Chiunque può verificare online, attraverso i servizi pubblicati dalla Commissione europea, se un’azienda risulta regolarmente iscritta al registro.

La seconda strada è la cosiddetta conoscenza dell’importatore e funziona in modo diverso. È l’importatore a dover già avere elementi concreti e verificabili, nel momento in cui presenta la dichiarazione doganale d’importazione. Deve conoscere il processo produttivo, il paese di fabbricazione, la classificazione tariffaria e l’origine dei materiali usati. In pratica, la condizione riguarda quasi solo importatori legati al produttore, per esempio dello stesso gruppo societario. Sono loro ad avere davvero accesso a quei dati. Il Giappone è il paese il cui accordo ha applicato per primo questo meccanismo, tuttora poco diffuso.

Molti accordi firmati in passato vietavano il cosiddetto drawback. Con quella regola, un’azienda non poteva ottenere il dazio agevolato su un prodotto fabbricato con materiali importati che non avevano mai pagato dazio. Il motivo: quei materiali erano coperti da un regime sospensivo o da un rimborso successivo. Gli accordi più recenti allentano o eliminano questo divieto, aprendo margine a lavorazioni che combinano materiali da più paesi lungo la stessa catena produttiva.

Per un’azienda italiana che esporta verso i mercati coperti dai nuovi accordi, la scelta pratica arriva prima della prossima spedizione. Conviene valutare se richiedere lo status di esportatore autorizzato nel sistema REX, invece di affidarsi ogni volta a un certificato rilasciato dalla dogana. Da quel momento, però, l’onere della prova resta in azienda.

Secondo un’analisi del Sole 24 Ore pubblicata il 18 agosto 2026, a firma di Maria Elena Diaz Vasquez.