Chi lascia per anni somme consistenti ferme sul conto corrente o su un libretto postale paga un prezzo silenzioso. Canoni bancari, imposta di bollo e inflazione si sommano ogni anno senza che il saldo in euro si muova di una virgola. Lo segnala un’analisi di Money.it, che indica questa abitudine come uno degli errori più costosi nella gestione dei risparmi.

Un conto corrente medio applica un canone mensile tra 4 e 7 euro, quindi tra 48 e 84 euro l’anno solo per la tenuta del rapporto. A questo si somma il bollo dello Stato: 34,20 euro fissi ogni anno per chi supera una giacenza media di 5.000 euro. Messe insieme, le due voci portano via al correntista tipo circa 100 euro l’anno. Cinquecento euro in cinque anni. Mille euro in un decennio.

I libretti, sia bancari sia postali, pesano meno sui canoni: quello di Poste Italiane è gratuito, quello delle banche quasi sempre. Il bollo di Stato però resta dovuto in entrambi i casi. Sul fronte dei rendimenti la liquidità libera frutta pochissimo: il libretto postale paga un simbolico 0,001% lordo annuo sulle somme non vincolate. I depositi a termine, come i Supersmart con durate da mezzo anno a un anno e mezzo, oggi non superano il 3,25% lordo a scadenza.

Il costo più pesante, però, è un altro: l’inflazione, che erode il potere d’acquisto di ogni capitale lasciato fermo mentre i prezzi salgono. Il divario cresce con il tempo. Chi ha lasciato 100.000 euro fermi da agosto 2021 si ritrova oggi un potere d’acquisto reale non superiore a 83.000-83.500 euro, eroso da un’inflazione cumulata del 16-17% oltre a tasse e spese. Su un orizzonte di dieci anni, da agosto 2016, l’erosione sale al 18-19% e il valore effettivo scende sotto 81.000 euro. Su quindici anni, da agosto 2011, l’inflazione stimata arriva al 20-22%: sommando bollo e canoni, quei 100.000 euro varrebbero oggi tra 76.000 e 78.000 euro.

Recuperare quel divario richiede che il rendimento lordo salga almeno al 3,5-4% annuo, soglia che la sola liquidità infruttifera non raggiunge mai. Un ipotetico portafoglio con il 90% investito in un ETF obbligazionario governativo a medio termine e il 10% in un ETF azionario globale ad accumulazione avrebbe reso in modo molto diverso a seconda della componente. La parte obbligazionaria ha oscillato tra un rendimento medio annuo negativo del 2% a cinque anni e un modesto 1,5% a quindici anni. La quota azionaria, pur minoritaria, ha reso dall’11 al 13% medio annuo su tutti e tre gli orizzonti considerati, con l’indice MSCI World come riferimento.

Restare fuori dai mercati non è una scelta neutra: costa, anche se il saldo in euro non cambia mai. Prima di spostare somme importanti dalla liquidità a strumenti più rischiosi, Money.it consiglia di affidarsi a un consulente indipendente, meglio se remunerato a parcella invece che a provvigione. Chi ha risparmi fermi da anni su conto o libretto dovrebbe calcolare quanto potere d’acquisto ha già perso, prima di decidere quanto tenere come cuscinetto di liquidità e quanto investire davvero.

Dati ed elaborazioni riportati da Money.it in un’analisi di Stefano Vozza pubblicata il 12 agosto 2026.