Chi ha lasciato 10.000 euro fermi sul conto corrente dal 2020 senza toccarli vede oggi lo stesso numero sull’estratto conto, ma il potere d’acquisto di quella somma è sceso in modo netto. Lo calcola Money.it incrociando i dati ISTAT sull’inflazione. Il calcolo si basa proprio su quei dati: dal 2020 fino ad agosto di quest’anno l’aumento complessivo dei prezzi al consumo ha sfiorato il 24%. Con quell’aumento, per comprare oggi le stesse cose che dieci anni fa costavano 10.000 euro servirebbero circa 12.400 euro.

La misura arriva dall’indice NIC calcolato dall’ISTAT, che segue come cambiano, mese dopo mese, i costi di un paniere di prodotti e servizi pensato per rispecchiare le spese tipiche delle famiglie italiane. Anno dopo anno, l’inflazione media è stata dell’1,9% nel 2021, dell’8,1% nel 2022, del 5,7% nel 2023, dell’1,0% nel 2024 e dell’1,5% nel 2025. A livello assoluto, l’indice NIC di agosto si fermava a 103,9 punti: un valore che supera del 3,9% la media registrata nel 2025, il nuovo anno base per il confronto.

Il colpo più duro è arrivato nel 2022, l’anno del rincaro dell’energia, quando l’inflazione media ha toccato l’8,1%. Quell’anno da solo ha eroso più di 735 euro di potere d’acquisto. Sommando gli effetti dei singoli anni, in appena sei anni il capitale reale si è ridotto quasi di un quinto, una perdita che equivale a 1.936,53 euro sui 10.000 iniziali. Il 2026 non ha invertito la tendenza: ad agosto l’inflazione tendenziale era già al 3,3%, trainata dai rincari dell’energia. Se il ritmo non rallenta entro dicembre, la perdita reale rischia di sfondare i 2.000 euro.

Alla perdita da inflazione si aggiunge l’imposta di bollo sui conti correnti, che scatta per le persone fisiche quando il saldo medio annuo supera 5.000 euro: 34,20 euro ogni dodici mesi. Su un saldo fermo di 10.000 euro, quell’imposta ha sottratto altri 205,20 euro dal 2020 al 2025, una somma che si aggiunge all’erosione dell’inflazione. Tenendo conto solo di questi due fattori, la somma disponibile scende a circa 9.795 euro, prima ancora di calcolare il canone o le altre spese che ogni banca applica.

Questo non significa che tenere soldi sul conto sia sempre uno sbaglio. Il conto corrente resta lo strumento giusto per le spese di ogni giorno e per un fondo di emergenza pronto all’uso in caso di imprevisti. Il problema riguarda le somme che restano ferme per anni oltre quella soglia di sicurezza: per quella parte di risparmio, conti deposito, titoli di Stato e buoni fruttiferi postali offrono un rendimento che aiuta a limitare l’erosione dei prezzi, ognuno con vincoli e rischi propri da valutare caso per caso.

Chi ha oggi più di 10.000 euro fermi sul conto oltre le proprie esigenze di liquidità immediata farebbe bene a calcolare quanto di quella somma serve davvero a portata di mano. Spostare il resto su uno strumento che compensi almeno in parte l’inflazione, prima della prossima scadenza fiscale di dicembre, evita di ripetere la stessa perdita anche nel 2027.

Dati e calcoli ripresi dall’articolo di Money.it firmato da Flavia Provenzani e pubblicato giovedì 17 settembre 2026, basati sulle rilevazioni ISTAT sull’indice dei prezzi al consumo.