Lunedì 19 ottobre la premier giapponese Sanae Takaichi ha ammesso, in commissione Bilancio alla Camera alta, che lo sconto sull’IVA del cibo potrebbe essere coperto con nuove emissioni di titoli di Stato. Finora il governo sosteneva che i fondi sarebbero arrivati solo tagliando altre spese. Secondo Money.it, lo yen intanto resta sotto quota 159 sul dollaro, intorno a 158,5.

La misura porta l’aliquota sui consumi alimentari dall’8% all’1% per due anni, con partenza ad aprile 2027. Sommando i sussidi legati al reddito, le casse pubbliche sopporterebbero 10.000 miliardi di yen circa, sull’arco dei due anni. Martedì la Camera bassa ha avviato il dibattito parlamentare.

Il portavoce del governo Minoru Kihara ha subito frenato. Il richiamo al debito, ha detto, riguarda il disegno complessivo della manovra e l’indirizzo dell’esecutivo non cambia. Quanta parte del conto finirà sul debito, quindi, non è chiaro. Per l’anno fiscale in corso Tokyo prevede di lasciare le emissioni ai livelli del bilancio iniziale. Alcuni analisti ritengono che la promessa regga poco, dopo l’apertura di Takaichi.

Takaichi respinge l’idea di essere la causa dello yen debole e dei tassi alti. I numeri del suo primo anno raccontano però una storia dura. Il cambio è partito da quota 151 sul dollaro, più o meno, ed è sceso fino all’area 161-163 in estate, il livello più basso da diversi decenni. Sul decennale giapponese il rendimento era intorno all’1,6% e a settembre ha toccato il 3,115%, un massimo da trent’anni. Oggi sta intorno al 2,9%.

Il 31 luglio Giappone e Stati Uniti sono scesi in campo insieme sul mercato dei cambi. Un’azione coordinata così non si vedeva dal 2011. Lo yen è risalito fino a 155, poi ha ripreso a scivolare. A fine settembre Donald Trump ha manifestato a Takaichi il proprio disappunto per lo yen debole, secondo la titolare delle Finanze giapponese Satsuki Katayama. Katayama, il 15 ottobre, ha ribadito che il Giappone è pronto a intervenire ancora.

Il governatore Kazuo Ueda ha parlato lunedì in parlamento. L’inflazione sottostante, ha spiegato, è molto vicina al 2%, sostenuta da una forte domanda legata all’intelligenza artificiale che trascina investimenti ed export. Se la banca centrale non aggiusta il tasso di riferimento con i tempi giusti, i rendimenti a lungo termine potrebbero salire. Tradotto: aspettare troppo con i rialzi non frena i rendimenti, li alza. Il 18 settembre il tasso della Bank of Japan è arrivato all’1,25%, il massimo da oltre trent’anni.

Sui derivati il mercato dà una probabilità tra 5 e 10 per cento a un nuovo rialzo alla riunione del 30 ottobre, a seconda dei calcoli. Per una stretta entro dicembre la stima sfiora l’ottanta per cento.

Tre date ravvicinate possono spostare l’equilibrio. Venerdì 23 ottobre escono i prezzi al consumo giapponesi di settembre: Brown Brothers Harriman li vede in accelerazione fino al 2,1% annuo. Mercoledì 28 ottobre decide la Federal Reserve, e per i tassi americani si scommette su una pausa. Giovedì 30 ottobre è il turno della banca centrale giapponese.

Per chi ha investimenti in yen o titoli giapponesi, il 30 ottobre pesa più del cambio di oggi: il rapporto trimestrale dirà se la stretta scatta a dicembre.

Secondo Money.it (Ufficio Studi), articolo pubblicato martedì 20 ottobre 2026.