Groupon debuttò al Nasdaq il 4 novembre 2011 e a fine seduta la sua capitalizzazione superava i 16 miliardi di dollari. Martedì 3 novembre 2026 il titolo ha chiuso a 15,50 dollari e la società ne valeva circa 630 milioni. Lo ricostruisce Money.it a quindici anni esatti dal debutto.

Il collocamento era stato fissato a 20 dollari per azione e aveva portato in cassa 700 milioni. Nel settore tech, dopo Google nel 2004, nessun debutto aveva raccolto di più. All’esordio le azioni guadagnarono il 31% e chiusero a 26,11 dollari. Poi cominciò la discesa. A novembre 2012 il minimo fu 2,60 dollari, e chi aveva comprato al collocamento si ritrovava con 13 dollari ogni 100 investiti.

Un anno prima Groupon aveva respinto un’offerta di Google. Secondo la stampa americana dell’epoca, Google avrebbe versato 6 miliardi di dollari, divisi in una parte immediata da 5,3 miliardi e un bonus da 700 milioni legato ai risultati. Il no arrivò il 3 dicembre 2010. Per confronto, YouTube era costata a Google 1,65 miliardi.

I problemi emersero già prima del debutto. Nel prospetto depositato alla Sec, la Consob americana, la società misurava i profitti con un indicatore costruito in casa, l’ACSOI. Per il 2010 indicava 60,6 milioni di profitto operativo. Ricalcolato come chiedeva l’autorità, con le regole contabili ordinarie, il risultato era una perdita di 420 milioni.

Poi toccò ai ricavi. Groupon contava come fatturato tutto l’incasso dei coupon, compresa la quota girata ai commercianti. Corretti i conti, il primo semestre 2011 scese a 688 milioni dagli 1,5 miliardi dichiarati. Nel marzo 2012 arrivò anche l’ammissione di una debolezza nei controlli interni sui conti.

Il fondatore Andrew Mason fu licenziato il 28 febbraio 2013. Ma gli errori di gestione, secondo molti analisti citati dalla testata, spiegano solo in parte il crollo. Il nodo era il modello. Nei primi anni la piattaforma tratteneva circa la metà di ciò che pagava il cliente, quindi un ristorante che vendeva la cena a metà prezzo incassava circa il 25% del listino. Contava su clienti che tornassero a pagare il conto intero, ma molti passavano all’offerta successiva.

Lo schema funzionava per attività con tavoli vuoti da riempire, e infatti rese meglio negli anni di crisi. Con la ripresa dell’economia, i commercianti guadagnavano sempre meno e le promozioni si diradarono. Quasi tutti i concorrenti di allora sono scomparsi o si sono ridimensionati.

Le correzioni di rotta non hanno cambiato la traiettoria. Il commercio elettronico di prodotti scontati finì a ridosso di Amazon ed eBay, e Groupon lo abbandonò nel 2020. Con la pandemia, sempre nel 2020, ha tagliato il 44% dei dipendenti. Nel 2022 ha chiuso con un accordo da 13,5 milioni di dollari la causa collettiva degli azionisti.

I numeri mostrano il ridimensionamento. Il picco dei ricavi è del 2014, a 3,04 miliardi. Nel 2024 erano 492,56 milioni, poi 498,42 milioni nel 2025. Il secondo trimestre 2026 ha chiuso a 124,68 milioni, in calo dell’1% sull’anno prima, con 15 milioni di flusso di cassa libero positivo. Dal marzo 2023 guida l’azienda Dušan Šenkypl, manager ceco: ha snellito la struttura e puntato sui servizi locali in Nordamerica.

Il caso resta un promemoria per chi compra titoli appena sbarcati in Borsa: una crescita rapida non dimostra che i conti reggano. Il prossimo test è lunedì 9 novembre, quando Groupon presenta i risultati del terzo trimestre.

Ricostruzione di Money.it pubblicata il 4 novembre 2026, a quindici anni dalla quotazione di Groupon al Nasdaq.