Il presidente americano Donald Trump ha firmato venerdì 16 ottobre un ordine esecutivo che congela dazi e sanzioni contro Mosca, invocando l’interesse nazionale. A essere sospesa è la legge Graham del 2026 su Russia e Iran. Il petrolio ha reagito poco: lunedì 19 ottobre il Brent oscillava intorno ai 108 dollari al barile, secondo la ricostruzione di Money.it.
Il provvedimento ferma tutte le parti operative della legge dedicate alla Russia. Tra queste ci sono dazi fino al 500% sui beni russi e fino al 100% per i cinque Paesi che comprano più greggio e gas da Mosca, a cominciare da Cina e India. Le sanzioni decise con ordini precedenti restano in piedi. Il congelamento è senza data di scadenza e arriva due settimane dopo l’accordo con cui Mosca può piazzare il proprio gasolio all’estero.
Sul barile l’effetto si vede, ma è piccolo. Il Brent aveva chiuso venerdì a 109,86 dollari, il livello più alto da cinque mesi. Lunedì mattina, alle 8
, cedeva l’1,83% e valeva 107,8 dollari e il Wti scivolava sotto i 100 dollari, a 99,91. Verso le 15 il Brent era risalito a 108,63 dollari, con un calo dell’1,12% rispetto alla chiusura precedente. Il guadagno resta superiore al 6% sul mese e vicino al 75% sull’anno.Perché il ribasso è così modesto? La mossa della Casa Bianca allontana il pericolo più vicino per gli scambi: le sanzioni secondarie contro chi acquista petrolio russo. Non mette però sul mercato nemmeno un barile in più. Quello russo diretto in Asia continuerà ad arrivarci, come prima.
Pesa anche la fragilità politica della decisione. Marco Rubio, segretario di Stato, ha spiegato che Trump ha a disposizione al massimo 60 giorni per esaminare la questione di sanzioni e dazi. Diversi repubblicani al Congresso hanno attaccato la scelta, giudicandola sconsiderata e un favore a Vladimir Putin, e Volodymyr Zelensky la considera sbagliata. Per chi compra e accumula greggio, un permesso revocabile vale meno di una crescita stabile dell’offerta.
A fissare il prezzo, in questa fase, è il Golfo. Dal mese di febbraio l’Iran tiene sotto controllo lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima del conflitto passava un quinto circa dell’intero greggio mondiale. Washington ha risposto bloccando via mare l’export iraniano.
Nel weekend gli episodi si sono moltiplicati. Per sabato i Pasdaran hanno annunciato l’incendio di due petroliere, ognuna con un carico stimato attorno ai due milioni di barili, dopo l’urto contro alcune mine. Nessuna fonte indipendente ha confermato la notizia. Lunedì Teheran ha parlato di una terza nave in fiamme a sud dello Stretto. L’11 ottobre, una domenica, le navi attaccate in un solo giorno erano state sei, il dato più alto dall’inizio della guerra.
Finché il rischio resta fisico, ogni sollievo sul prezzo dura poco. Un altro scafo colpito oppure un rincaro dei premi assicurativi bastano per cancellarlo.
Alla pompa, per ora, nulla si muove. Secondo l’Osservatorio del Mimit, lunedì 19 ottobre la benzina self costava in media 2,029 euro al litro sulla rete stradale e il gasolio 2,257 euro, come il giorno prima. Sulle autostrade i prezzi salgono a 2,048 euro per la benzina e a 2,297 per il gasolio. Il gasolio risente della carenza di distillati all’estero e anche dello stop allo sconto sulle accise.
Chi fa il pieno nei prossimi giorni non deve aspettarsi uno sconto dal congelamento americano. Il prezzo alla pompa seguirà il Brent, e il Brent segue le notizie da Hormuz.
Secondo Money.it (Ufficio Studi), articolo pubblicato lunedì 19 ottobre 2026.