Xi Jinping ha messo piede giovedì 24 settembre nella capitale americana, dove lo aspettano giorni di colloqui con Donald Trump, l’evento che i mercati seguivano da giorni come il vero appuntamento della settimana. A poche ore dal faccia a faccia, Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, ha reso noto che l’intesa commerciale fra le due potenze non scadrà più il 10 novembre: la nuova data diventa il 10 gennaio del 2027, due mesi più avanti.

Quella tregua nasce da un’intesa più ampia siglata il 30 ottobre 2025, quando Trump e Xi si sono visti nell’ambito del summit Apec nella città sudcoreana di Busan. Il pacchetto, valido dodici mesi, prevedeva che Pechino congelasse i controlli sull’export globale di terre rare, come litio, germanio, antimonio e grafite comprese, che cancellasse le tariffe sui prodotti agricoli Usa e che comprasse grandi quantità di soia americana. Washington, per parte sua, aveva ridotto della metà le tariffe sul fentanyl, passando dal 20 al 10%, e aveva prolungato alcune esenzioni tariffarie.

Buona parte di quegli obblighi sarebbe scaduta comunque nei giorni attorno al 10 novembre: ecco perché la proroga guadagnata da Bessent serve soprattutto a prendere tempo, prima che l’intero pacchetto torni sul tavolo per essere rinegoziato.

Sul tavolo del vertice restano almeno altri tre nodi. Trump vuole ribadire il primato tecnologico americano sull’intelligenza artificiale, anche se nei giorni scorsi ha attenuato i toni più aggressivi sulla deregolamentazione per agevolare i negoziati. Pechino, dal canto suo, si oppone a una fornitura di armi Usa a Taiwan valutata 14 miliardi di dollari secondo le stime: un dossier che Xi stesso ha definito rischioso se gestito con leggerezza. Sullo sfondo pesa anche la crisi tra Stati Uniti e Iran, con le sue conseguenze sui prezzi dei carburanti.

Dow Jones e Nasdaq 100 hanno chiuso mercoledì in calo dello 0,2% circa, mentre l’S&P 500 è rimasto quasi fermo: Wall Street ha reagito con cautela alla vigilia del vertice. Anche il petrolio ha continuato a scendere. Il Brent è scivolato verso quota 100 dollari al barile, giù dello 0,77%, e il WTI vicino ai 90 dollari, in calo dello 0,74%. Un quadro coerente con un mercato finanziario che aveva già messo in conto una proroga, non una rottura del dialogo.

Scott Kennedy, analista del centro studi Csis specializzato nei rapporti tra Washington e Pechino, aveva previsto prima del vertice un incontro con pochi progressi reali, segno che nessuna delle due parti sembra pronta a un cambio profondo nella relazione commerciale. Trump, interpellato sui contenuti del vertice, si è limitato a dire che si sarebbe discusso di molto e che l’incontro sarebbe stato importante.

Un beneficio immediato c’è: si allontana il pericolo di un altro colpo generalizzato sui dazi, quello che finirebbe per pesare sulle esportazioni di Italia ed Europa verso i due giganti, oltre che sui titoli più legati alle filiere di semiconduttori e terre rare. Ma restano solo sessanta giorni di respiro, non un’intesa duratura: le tariffe incrociate restano più alte di quelle in vigore prima del 2025. Taiwan e la gara sull’intelligenza artificiale sono i due terreni dove una frizione improvvisa rischia di far saltare tutto prima che si arrivi alla nuova scadenza di gennaio, proprio nelle settimane in cui negli Stati Uniti prende forma la corsa al voto di midterm di novembre.

Chi segue titoli industriali esposti alla Cina, dai semiconduttori all’automotive, farebbe bene a guardare le prossime settimane più che il vertice in sé: è nella tenuta della tregua fino a gennaio che si gioca la stabilità delle catene di fornitura su cui contano molte imprese italiane.

Dati e dichiarazioni riportati da Money.it, che ha seguito il vertice di giovedì 24 settembre a Washington.