Cinque mesi di scontro militare tra Washington e Teheran hanno già scavato un buco da 38 miliardi di dollari nelle casse della Difesa statunitense, secondo una stima del Congressional Budget Office, l’ufficio indipendente che analizza i conti pubblici per il Congresso americano. Il conto, fermo al primo agosto, riguarda soltanto la sostituzione di munizioni e mezzi perduti: non include ancora quanto servirà per rimettere in piedi le basi danneggiate.
Il rapporto del CBO scompone la spesa dei primi cinque mesi dell’operazione Epic Fury in quattro voci: 22,7 miliardi di dollari per rimpiazzare missili e sistemi di difesa antimissile già impiegati, 1,9 miliardi per gli aerei, i droni e i veicoli persi in combattimento, 10,4 miliardi legati alle ore di volo aggiuntive e alla logistica delle missioni, e 2,7 miliardi per il carburante consumato da navi e aerei nel teatro mediorientale. Se l’intensità del conflitto resta quella attuale, il CBO stima un aggravio mensile di altri 2-3 miliardi di dollari; con un’escalation, la cifra potrebbe salire ulteriormente oltre quella soglia.
Il quadro tracciato dall’ispettore generale del Pentagono per il periodo tra aprile e giugno pesa più dei soli numeri di bilancio. Fino a trenta droni MQ-9 Reaper risultano distrutti o danneggiati, per un valore stimato in 30 milioni di dollari circa ciascuno. Sette rifornitori KC-135 hanno subito colpi, la maggioranza mentre si trovava a terra nella base saudita, e un velivolo gemello è caduto in Iraq a marzo con sei vittime. A terra restano anche un F-35 danneggiato, quattro F-15E distrutti, un radar volante AWACS E-3 Sentry fuori uso e diversi elicotteri perduti o danneggiati, insieme a centinaia di strutture di base rase al suolo. Sul fronte umano, il documento conta 417 feriti in azione e diciotto militari statunitensi caduti nella finestra tra fine febbraio e fine giugno.
I documenti ufficiali segnalano anche l’assottigliarsi delle scorte di armamenti avanzati. Il Paese avrebbe già consumato, a partire da giugno 2025 secondo il CBO, una quota di intercettori antimissile compresa tra i due terzi e la metà del totale disponibile, con una ricostituzione stimata in diversi anni: un vincolo che pesa a prescindere da come evolve il conflitto sul terreno.
Il CBO prevede inoltre che il conflitto faccia salire l’inflazione Usa di circa mezzo punto percentuale nel primo trimestre del 2027, un costo indiretto che si somma al conto militare diretto. La richiesta di questo conteggio indipendente arriva da Brendan Boyle, deputato democratico che l’ha usata per criticare la gestione del governo repubblicano: il conflitto, ha detto, sta già costando ai contribuenti americani un conto a doppia cifra in miliardi di dollari, con i prezzi spinti verso l’alto.
A giugno l’esecutivo ha domandato al Congresso fondi straordinari per 87,6 miliardi di dollari, pensati soprattutto per finanziare le operazioni in corso: la richiesta resta ancora senza approvazione parlamentare. Ai danni militari si aggiungono quelli alla rete diplomatica: 184 milioni di dollari di strutture colpite, mentre il Dipartimento di Stato ha sostenuto più di 113 milioni di dollari in spese aggiuntive per gestire l’emergenza.
Per chi segue i mercati Usa, il primo appuntamento verificabile è il dato sull’inflazione del primo trimestre 2027: se lo scostamento previsto dal CBO si conferma, il costo della guerra smetterà di essere solo una voce nei conti della Difesa e comincerà a pesare sui prezzi pagati dai cittadini americani.
Dati e stime tratti dal rapporto del Congressional Budget Office e dall’ispettore generale del Pentagono, ripresi da QuiFinanza giovedì 17 settembre 2026.