Un lavoratore dipendente di ceto medio paga in proporzione più tasse di chi possiede più di 20 milioni di euro di patrimonio. Lo mostra un’indagine condotta da quattro atenei, la Sant’Anna di Pisa, la Bicocca di Milano, l’Università della Calabria e quella di Monaco, e ripresa ieri da QuiFinanza. Il divario non è un dettaglio statistico.
Chi lavora come dipendente cede al fisco, sommando Irpef, addizionali comunali e contributi previdenziali, una quota vicina al 45% di quanto guadagna in un anno. Un patrimonio medio superiore a quella soglia riguarda poco meno di 50.000 italiani, che pagano un’aliquota reale ferma al 32,6%. Il differenziale supera i 12 punti percentuali.
Il vantaggio fiscale non riguarda solo il vertice della piramide: si allarga già al 7% più abbiente della popolazione, con un patrimonio netto oltre i 490.000 euro, e cresce salendo verso l’alto. La causa principale sta nella doppia natura delle imposte italiane. Sul lavoro si applica l’Irpef, un’imposta progressiva che nella fascia più alta tocca il 43%, addizionali escluse. Sul capitale e sulle rendite si applicano invece imposte proporzionali, con un’aliquota fissa che non cresce insieme al reddito.
Chi possiede patrimoni ampi e diversificati ottiene rendimenti migliori, grazie a strumenti finanziari sofisticati e a quote in società. Chi risparmia poco, invece, tiene il 90% del proprio patrimonio nell’abitazione principale, un bene che non si trasforma in liquidità immediata. I suoi investimenti finanziari rendono in media il 2,5% l’anno.
Gli autori dello studio propongono tre strade per restituire progressività al sistema, in linea con l’articolo 53 della Costituzione. La prima cancella i regimi sostitutivi e fa confluire i guadagni ottenuti dal capitale nella base imponibile dell’Irpef progressiva. La seconda, se non si vuole equiparare capitale e lavoro, prevede un’imposta separata con scaglioni che salgono insieme ai rendimenti ottenuti. La terza colpisce soltanto la fascia più ricca, il 7% della popolazione. Le simulazioni applicano un’aliquota massima dell’1,3% e restituiscono tre cifre di gettito molto diverse tra loro.
Tassando soltanto i miliardari, il gettito stimato sfiora i 2 miliardi l’anno. Estendendo la stessa aliquota a chi supera i 20 milioni di patrimonio, cioè allo 0,1% più ricco, il gettito potenziale sale a 13,5 miliardi. Abbassando la soglia a 2 milioni, la platea coinvolta sale all’1% della popolazione e il gettito arriva a 30 miliardi.
Andrea Roventini, che insegna alla Sant’Anna di Pisa, sostiene che una misura mirata sui grandi patrimoni restituirebbe progressività al sistema. Libererebbe anche risorse per abbassare il cuneo fiscale, la differenza tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto gli resta in busta paga, e per finanziare la sanità pubblica. Le tre proposte restano per ora simulazioni accademiche: nessuna è ancora un testo di legge.
Per chi versa l’Irpef sul lavoro, il punto da seguire ora è la prossima manovra di bilancio. Solo lì si vedrà se il riequilibrio arriva davvero.
Numeri e stime ripresi da QuiFinanza, a firma di Emanuela Colatosti, pubblicato il 2 agosto 2026.