L’Istat ha certificato che l’inflazione è tornata al 3,3% ad agosto, calcolata sui dodici mesi precedenti. Un anno fa Bankitalia disegnava un quadro più mite per il biennio in corso: una crescita dei prezzi cumulata intorno al 3% tra il 2026 e il 2027. Dopo lo shock energetico quella previsione è peggiorata: la stima centrale è salita a circa il 4,4%, e in caso di scenario negativo la soglia potrebbe arrivare oltre il 6%.
Lo ricordano Marco Leonardi e Leonzio Rizzo in un’analisi pubblicata da Il Foglio venerdì scorso. Quando torna l’inflazione il governo paga un prezzo politico, ma incassa due vantaggi concreti: il rapporto tra debito pubblico e Pil scende più in fretta, e le entrate fiscali crescono sia sull’Iva sia sull’Irpef. Il secondo canale è il più insidioso. Se salari e pensioni rincorrono i prezzi ma aliquote e detrazioni restano ferme, il fisco incassa di più senza cambiare le regole: è il fiscal drag, un prelievo che nessuna legge annuncia esplicitamente.
Il prossimo anno la pressione fiscale complessiva salirà di altri 0,3 punti percentuali, un aumento che coprirà anche il mancato gettito dall’abolizione del bollo auto.
Il nodo politico è capire su chi ricade il costo di uno shock inflativo importato dalle materie prime, che impoverisce il paese nel suo complesso. Nel biennio 2022-2023 quasi tutta la correzione è ricaduta su chi ha un reddito fisso: lavoratori dipendenti e pensionati, in particolare quelli sopra i 35.000 euro lordi l’anno, hanno visto ridursi lo stipendio reale e si sono ritrovati il conto del fiscal drag. Sul fronte opposto, le aziende hanno protetto i margini, e lo Stato ha incassato il gettito in più per poi restituirlo con sgravi fiscali successivi.
C’è il rischio che lo stesso schema si ripeta nel 2027. Il sistema dei rinnovi contrattuali non è stato riformato, e le aziende trovano conveniente temporeggiare quando torna l’inflazione: ogni mese di ritardo nel recupero salariale abbassa il salario reale e riduce il costo del lavoro per l’azienda. Il rinnovo dei contratti collettivi può quindi aspettare, senza fretta.
Il calcolo di quanto vale il fiscal drag nel 2027 dà la misura del fenomeno. Con un’inflazione cumulata al 3% nel biennio, il drenaggio è quello fisiologico legato alla mancata indicizzazione dell’Irpef. Se la crescita dei prezzi sale al 4,4%, l’incasso aggiuntivo per l’erario è di 2,5 miliardi. Con un’inflazione al 6%, la cifra sale a 5 miliardi tondi. Le stime restano prudenti, calcolate su un’Irpef pienamente indicizzata e senza contare le addizionali regionali e comunali, che alzerebbero ulteriormente il conto.
Sul debito pubblico si scivola spesso in un equivoco. L’inflazione erode il valore reale di quanto lo Stato deve restituire, ma non è un risparmio immediato in bilancio: capitale e interessi dei titoli in scadenza restano dovuti per intero. Il beneficio nasce altrove, dalla perdita di chi possiede titoli non indicizzati: il rimborso arriva in euro che comprano meno di quando il prestito fu fatto.
Nell’arco che va dal giugno 2026 al dicembre 2027 scadranno titoli di stato per 510 miliardi di euro, circa un sesto dello stock di debito pubblico che sfiora i 3.100 miliardi. Di questi, appena 20 miliardi sono indicizzati; i restanti 490 miliardi sono titoli a valore nominale fisso. Se l’inflazione del biennio passa dal 3% al 4,4%, il valore reale di quei titoli si comprime di circa 4 miliardi. Con un’inflazione al 6%, la compressione arriva a 9 miliardi.
Il governo non incassa fisicamente quella cifra: è una stima di quanto avrebbe dovuto sborsare in più se quei titoli fossero legati ai prezzi. Il debito rifinanziato al posto di quello in scadenza costerà comunque di più.
C’è poi il rovescio della medaglia: i rendimenti fissi pagati su gran parte del debito. Chi possiede quei titoli riceve cedole in euro che comprano meno di quando le ha sottoscritte. Con un rendimento nominale vicino al 3% e un’inflazione salita al 4%, il guadagno reale scivola intorno al meno 1%. Su un totale di 3.100 miliardi di debito complessivo, circa 2.300 sono invece a tasso fisso, senza alcuna protezione dai prezzi: per chi li possiede la perdita reale si aggira sui 23 miliardi, un trasferimento silenzioso verso le casse pubbliche.
Questo tipo di redistribuzione tra chi presta e chi si indebita è fisiologico quando torna l’inflazione, e non va scambiato per un risparmio di bilancio: è un trasferimento di ricchezza, temporaneo, che dura finché i nuovi tassi non incorporano la sorpresa inflativa.
La partita più politica resta quella sui contratti e sul fisco: evitare che nel 2027 il conto dell’inflazione ricada di nuovo quasi per intero su stipendi e pensioni. Chi ha un reddito da lavoro dipendente vicino ai 35.000 euro lordi dovrebbe tenere d’occhio il proprio rinnovo contrattuale prima ancora della prossima dichiarazione dei redditi.
Analisi firmata da Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, pubblicata da Il Foglio venerdì 19 settembre.