Un dipendente che risiede all’estero ma lavora anche in Italia non paga automaticamente le tasse qui, ricorda un approfondimento di Investire Oggi dedicato al tema. Il trattamento fiscale dipende dall’accordo bilaterale che l’Italia ha firmato con lo Stato di residenza del lavoratore per evitare la doppia tassazione. Tre condizioni, se rispettate insieme, tengono l’intero stipendio fuori dal perimetro del Fisco italiano.
La prima riguarda i giorni passati in Italia. Le convenzioni bilaterali, quasi sempre calcate sul modello OCSE, permettono di restare tassati solo all’estero quando la permanenza scende sotto i 183 giorni. Il periodo di riferimento però cambia da un accordo all’altro: alcuni trattati guardano all’anno solare, altri contano dodici mesi mobili. Anche pochi giorni spostano il conteggio. Entrate, uscite e trasferte di lavoro vanno ricostruite una per una.
La seconda condizione riguarda chi paga lo stipendio. Per restare fuori dalla tassazione italiana, il datore di lavoro deve avere la propria residenza fiscale all’estero. Non basta però guardare da dove parte il bonifico: se il costo del dipendente finisce riaddebitato a un’impresa italiana del gruppo, l’Agenzia delle Entrate può considerare saltata questa condizione. Il contratto di distacco, gli accordi tra le società del gruppo e le fatture infragruppo diventano quindi prove decisive, non semplici dettagli amministrativi.
La terza condizione riguarda la presenza di una stabile organizzazione italiana riconducibile al datore straniero. Se è quella struttura a sostenere effettivamente il costo del dipendente, la convenzione smette di garantire l’esenzione anche quando i giorni di permanenza restano sotto soglia, indipendentemente dalla nazionalità formale del datore. In questo scenario l’Italia acquisisce il diritto di tassare la quota di reddito legata alle giornate lavorate sul territorio nazionale.
Le tre condizioni valgono solo se ricorrono tutte insieme: soggiorno breve, datore straniero, costo estraneo a una sede italiana. Manca una sola e cambia il quadro fiscale dell’intero rapporto di lavoro. Quando tutti i requisiti sono rispettati, di norma non nasce nemmeno l’obbligo di dichiarare quel reddito in Italia. In caso contrario, va isolata la parte di compenso riferita ai giorni lavorati qui, da includere nella base imponibile italiana secondo le regole interne e la convenzione applicabile.
A sostenere questa ricostruzione servono prove concrete: calendario delle presenze, contratto di lavoro, buste paga, certificato di residenza fiscale e gli accordi tra le società coinvolte. Chi lavora a cavallo di due Paesi dovrebbe verificare la propria posizione prima di chiudere l’anno fiscale, non dopo un controllo dell’Agenzia delle Entrate. Ricostruire i giorni di presenza a distanza di mesi è molto più difficile che tenerne traccia mentre accadono.
Secondo quanto riportato da Investire Oggi in un articolo di Pasquale Pirone pubblicato il 2 agosto 2026.