Il rendimento del Treasury Usa a dieci anni è salito al 5,13% mercoledì 23 settembre, un livello che non si vedeva da prima della crisi finanziaria del 2007. Il balzo giornaliero è stato il più ampio da maggio, e la spinta è arrivata da più fronti insieme: un dollaro più forte, il petrolio risalito sopra quota 100 dollari il barile, indicatori sull’attività manifatturiera americana che mostrano pressioni sui listini superiori al previsto, e il commento di Michael Barr, che siede nel board della Federal Reserve, secondo cui servirebbe un altro rialzo dei tassi per tenere sotto controllo l’inflazione.

Quel movimento si è trasmesso ai bond sovrani del continente, Italia inclusa. Lo spread tra BTP decennale e Bund tedesco si è allargato a 95,4 punti base mercoledì sera, per poi salire ancora giovedì 24 settembre, fino a superare quota 96. Il BTP decennale rende ora il 4,5%, contro il 3,55% del Bund: un differenziale che racconta quanto gli investitori chiedano in più per finanziare il debito italiano rispetto a quello tedesco.

Giovedì, in un mercato già nervoso, il Tesoro ha portato a termine l’emissione di tre titoli, per una raccolta complessiva che oscilla tra i 3,75 e i 4,5 miliardi di euro. In gara c’erano un BTP Short Term, scadenza 30 ottobre 2028, cedola al 3%, un BTP indicizzato all’inflazione europea, scadenza agosto 2031, cedola all’1,10%, e un secondo BTP legato all’inflazione, scadenza febbraio 2037, cedola al 2%. Il regolamento cade il 28 settembre. Il BTP Short Term è stato collocato al 3,64%, il livello più alto in tre anni, per 2,5 miliardi di euro. Per i due titoli indicizzati all’inflazione, invece, il Tesoro non aveva ancora reso pubblici, quando scriviamo, né il rendimento pagato agli investitori né il rapporto tra domanda e offerta.

L’asta arriva a un giorno da un appuntamento che pesa più delle emissioni ordinarie: oggi Moody’s rivede il rating sovrano italiano. L’agenzia aveva promosso l’Italia a Baa2 lo scorso novembre, portando l’outlook da positivo a stabile, la prima promozione in ventitré anni: una scelta motivata dalla stabilità delle linee di bilancio del governo e dai passi compiuti sul Pnrr. Moody’s aveva però avvertito che il debito pubblico scenderà solo se il Pil crescerà a un ritmo sostenuto, tutt’altro che scontato negli anni a venire. Settimane come questa, con i tassi mondiali in salita, sono esattamente ciò che gli analisti terranno d’occhio per giudicare se il percorso del debito italiano regge ancora al giudizio ottenuto meno di un anno fa: la revisione di oggi non è un rinnovo automatico, resta un giudizio ancora da formulare.

Per chi ha in portafoglio BTP o fondi obbligazionari italiani, il numero da seguire nei prossimi giorni non è tanto lo spread di oggi quanto l’esito della revisione Moody’s e il rendimento effettivo pagato nell’asta appena chiusa: sono questi due dati, insieme, a dire se la pressione arrivata da Washington è un episodio isolato o l’inizio di una fase più costosa per il debito pubblico italiano.

Dati e ricostruzione riportati da Money.it (Ufficio Studi) il 24 settembre 2026, alla vigilia della revisione Moody’s.