Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature, ripreso in Italia da Aduc, ricostruisce una sequenza di sedici alluvioni che colpirono l’Europa in un arco di due anni, tra il 1341 e il 1343. È la concentrazione di eventi meteorologici estremi più fitta mai registrata nel continente negli ultimi sette secoli.

Fino a oggi gli storici avevano trattato la piena del 1342, nota come Alluvione della Maddalena, come un episodio a sé, il più grave del millennio nell’Europa centrale. I nuovi dati raccontano una storia diversa: quella piena fu il culmine, non l’inizio, di una catena di sedici eventi che toccarono aree diverse del continente a distanza ravvicinata. Nessun altro anno dal Trecento ha mai concentrato tante inondazioni estreme quanto il 1342.

Per arrivare a questa ricostruzione, i ricercatori hanno incrociato oltre mille documenti d’epoca: cronache monastiche, registri fiscali, sentenze e persino le annotazioni meteorologiche tenute a Oxford dallo studioso William Merle. Le piene non seguirono un unico percorso: colpirono la Germania centrale, la Boemia e i bacini di tre fiumi diversi. A Praga le acque portarono via il ponte in pietra più antico della città, che Carlo IV fece poi ricostruire.

Gli autori attribuiscono la sequenza a una combinazione di fattori: due eruzioni vulcaniche tra il 1340 e il 1341 (una delle quali in Islanda) che raffreddarono l’atmosfera con le loro polveri solforose, un’attività solare più debole del normale in quel decennio, e cambiamenti nella copertura del ghiaccio artico che avrebbero alterato la circolazione atmosferica sull’Europa. Nessuno dei tre fattori, da solo, spiegherebbe un’anomalia di questa scala.

Quattro delle sedici piene hanno un tempo di ritorno stimato fra 500 e 1.000 anni, la soglia che definisce un evento eccezionale su scala millenaria. Il bilancio umano ed economico fu pesante: migliaia di vittime tra le piene stesse e le carestie che seguirono, raccolti persi lungo i principali corsi d’acqua e infrastrutture da ricostruire per anni.

Il punto che gli autori vogliono portare al presente riguarda i modelli di gestione del rischio idrogeologico. Oggi le previsioni si basano perlopiù su eventi singoli, non su sequenze ravvicinate come quella del Trecento. Lo studio sostiene che il continente può attraversare fasi prolungate di instabilità climatica, con più eventi estremi che si sovrappongono invece di alternarsi nel tempo.

Per chi lavora su polizze contro le catastrofi naturali o su piani urbanistici lungo i fiumi, il dato da monitorare non è più solo la probabilità del singolo evento: è quella di una serie ravvicinata, lo scenario che il 1342 ha già dimostrato possibile.

Dati e ricostruzione storica riportati da Agi.it, che il 23 agosto 2026 ha ripreso lo studio pubblicato su Nature.