Il Pnrr ha messo sulle infrastrutture e sui servizi di mobilità intorno ai 34 miliardi di euro, ma il lavoro è lontano dall’essere finito. Lo riporta Il Sole 24 Ore, che racconta il convegno romano organizzato da Economia Pulita sul futuro di trasporti e logistica dopo il Piano.

Più di un terzo dei fondi è andato al Mezzogiorno. Tre quarti delle risorse, inoltre, producono effetti diretti sul clima. Il Piano ha lasciato anche dieci riforme di sistema e controlli più stretti su come partono le opere e su come avanzano.

Il conto aperto, però, è grosso. Gli ultimi Libri Bianchi di Uniontrasporti, la società di Unioncamere, contano più di 190 interventi che le imprese considerano prioritari e che non sono ancora conclusi. Sulla rete ferroviaria pesa il 54% di queste opere, mentre il 40% tocca strade e autostrade. Il resto riguarda porti, interporti e aeroporti.

I cantieri aperti, quasi tutti, chiuderanno dopo il 2030. Quindi il Pnrr, che ha scadenze ravvicinate, ha avviato opere che vivranno ben oltre la sua durata. Resta anche da mettere in esercizio per intero i nuovi chilometri di alta velocità e quelli dotati di Ertms, il sistema moderno di distanziamento dei treni.

Al Centro-Nord le opere ferroviarie più rilevanti, anche sul piano economico, sono la Pescara-Roma, la Pontremolese, il Terzo valico tra Genova e Milano e l’accesso sud del tunnel del Brennero. Nel Mezzogiorno si concentra oltre la metà del valore degli investimenti. Tra le priorità indicate dalle imprese ci sono la Salerno-Reggio Calabria ad alta velocità, la statale 106 Jonica, l’autostrada A2, la Palermo-Catania e il Ponte sullo Stretto. Il primo lotto Battipaglia-Romagnano della linea veloce, per esempio, ha avuto un finanziamento solo parziale dal Pnrr.

Per Leopoldo Destro, che in Confindustria è vicepresidente con delega a trasporti, logistica e industria del turismo, il Piano è stato «un acceleratore senza precedenti». Ha chiesto di trasformare quella spinta in una politica strutturale, con investimenti che non si interrompano.

La cifra da tenere a mente è un’altra: 550 miliardi di euro. È il fabbisogno di infrastrutture di trasporto stimato in Italia fino al 2040, cioè oltre quindici volte quanto ha portato il Pnrr. Secondo Destro nessun bilancio pubblico può reggerlo da solo.

La ricetta di Confindustria ha quattro pezzi:

  • un quadro nazionale su un orizzonte lungo, per il movimento di merci e persone;
  • un Fondo con durata di cinque anni per le opere strategiche di logistica e trasporti;
  • soldi dello Stato, fondi di Bruxelles, garanzie e capitali privati, con una regia pubblica chiara;
  • più peso al Cef, lo strumento europeo che finanzia le reti transeuropee di trasporti, energia e digitale.

Va detto che si tratta di proposte dell’associazione degli industriali, non di decisioni prese. Nessuna di queste misure risulta approvata o finanziata.

Per chi aspetta una linea ferroviaria o un collegamento al Sud, la data da guardare è quella di fine lavori di ogni singolo cantiere. Quasi sempre, secondo Uniontrasporti, cade dopo il 2030.

Il Sole 24 Ore, articolo di Marco Morino pubblicato giovedì 22 ottobre 2026 sul convegno organizzato da Economia Pulita a Roma.