Il governo ha chiesto a banche e assicurazioni un contributo da circa 5 miliardi di euro per finanziare parte della manovra di bilancio 2026, il cui valore complessivo tra riduzioni fiscali e nuova spesa sfiora i 22 miliardi. Più di un quarto delle risorse necessarie arriva quindi dal comparto finanziario, con un pacchetto di rialzi fiscali su istituti di credito, compagnie assicurative e operazioni di mercato.
A Palazzo Chigi la misura viene chiamata contributo condiviso, non tassa sugli extraprofitti. Fonti di Forza Italia insistono su questa distinzione lessicale, e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha promesso un confronto diretto con il mondo bancario prima del varo definitivo del testo.
Le banche italiane hanno chiuso gli ultimi due esercizi con utili molto alti. Il motivo è semplice: per due anni la Banca centrale europea ha lasciato il costo del denaro fermo al 4 per cento, e su quei profitti il fisco ha già incassato Ires, Irap e le imposte sui dividendi. C’è però un precedente che pesa. Nell’agosto 2023 l’annuncio di una tassa sugli extraprofitti bancari fece perdere a Piazza Affari quasi 10 miliardi di capitalizzazione in una singola giornata di scambi, con le banche quotate a bruciarne circa 9. La Bce inviò allora un richiamo formale, e il governo ritirò la norma nel giro di ventiquattro ore, riscrivendola in una forma più morbida.
Questa volta l’istituto di Francoforte ha messo la sua posizione nero su bianco, nel parere che ha inviato sul testo della manovra di bilancio. L’avvertimento è che tassare gli istituti può spingerli a remunerare meno i depositi e a stringere il credito verso famiglie e imprese, con possibili ricadute sulla fiducia degli investitori internazionali nel debito pubblico italiano.
Il contesto politico è diverso da quello del 2023. Nessuno protesta per Unicredit o Intesa Sanpaolo, e proprio l’assenza di opposizione pubblica rende la misura, come ha osservato Money.it, più simile a un banco di prova su quanto sia percorribile un prelievo patrimoniale selettivo, che a una tassa mirata sul settore bancario. Una volta stabilito che lo Stato può colpire retroattivamente chi ha guadagnato troppo, il criterio diventa applicabile ad altri comparti, dalle utility energetiche alla difesa. La stessa bozza di manovra include già un regime agevolato per chi rivaluta l’oro fisico posseduto entro la fine di giugno del prossimo anno, un segnale che il perimetro dei “contributi” si sta allargando.
I dati macro raccontano un quadro più fragile di quanto suggerisca il gettito atteso. L’indice Istat sulla fiducia delle imprese è salito ad agosto a 96,9 punti. Nello stesso periodo, però, il fatturato dell’industria è sceso a giugno di un punto percentuale su base congiunturale, sia in Italia sia sui mercati esteri. L’ottimismo delle aziende non si sta ancora traducendo in ordini e ricavi.
Per chi ha costruito un patrimonio personale o aziendale negli ultimi anni, il segnale utile non riguarda le banche in sé, riguarda la logica dietro la misura. Separare gli asset più esposti (liquidità ferma, partecipazioni dirette) dalla proprietà personale, tramite strumenti come holding o trust, funziona solo se pianificato in anticipo: farlo dopo l’approvazione della norma arriva sempre troppo tardi.
Se il contributo verrà confermato nel testo definitivo, il primo effetto visibile per i correntisti sarà un’eventuale riduzione dei tassi sui depositi nei prossimi mesi. Chi ha liquidità parcheggiata su un conto deposito dovrebbe verificare le condizioni attuali prima che i margini delle banche si comprimano ulteriormente.
Analisi e dati riportati da Money.it in un articolo di Lorenza Morello pubblicato lunedì 31 agosto 2026.