Nei live club italiani più grandi il bancone incassa più della biglietteria. Lo racconta Il Sole 24 Ore, che ha seguito la ricerca “Spazi che suonano”, firmata da KeepOn Live, Assomusica e Arci e presentata martedì 3 novembre alla Camera dei Deputati. I locali analizzati sono 118 e insieme generano ricavi per 24,8 milioni di euro in un anno.
Il perimetro è questo: 6.456 eventi e 1,16 milioni di presenze. Tra i nomi censiti compaiono l’Alcatraz di Milano, il Monk di Roma, l’Estragon di Bologna e l’Hiroshima Mon Amour di Torino. Nell’elenco c’è anche il Bloom di Mezzago.
Cibo e bevande portano 9,9 milioni di euro. I biglietti restano sotto, con oltre 9,1 milioni. Chi gestisce un club vive quindi di consumazioni quanto di musica, e la programmazione artistica è in parte pagata da chi ordina una birra. Seguono le quote associative con 1,7 milioni e l’affitto degli spazi per eventi privati, circa 1,4 milioni.
I contributi pubblici arrivano a un po’ più di 1,1 milioni, circa il 5% del business, mentre il dato europeo è del 21%. Le sponsorizzazioni valgono appena 317mila euro. Il sistema italiano, in sostanza, si regge sul mercato più di quanto accada all’estero.
Dal lato dei costi, la voce maggiore è la programmazione culturale, con circa 7,2 milioni. Il personale costa 6,5 milioni e la gestione degli immobili 3,5 milioni. Nella sintesi del quotidiano mancano i bilanci chiusi in utile o in perdita, quindi non si può dire quanti locali reggano davvero.
La forma giuridica spiega parte del quadro. Il 65% dei club è un’associazione, e tra queste prevale la formula dell’associazione di promozione sociale. Eppure sono strutture ordinate: quasi tutte, il 97%, compaiono nei registri ufficiali, mentre la partita Iva ce l’ha il 74%.
Sono locali piccoli. L’86% accoglie meno di 500 persone. In media un club ospita 388 spettatori, ma il valore mediano scende a 150 posti: la metà dei locali lavora con una platea da sala di quartiere.
Il lavoro è un mosaico che mescola dipendenti, professionisti e volontari. Più della metà di chi lavora nei club, il 53%, è volontaria, ma sul monte ore pesa meno, per il 36%. I dipendenti sono il 21% degli addetti e coprono il 33% del lavoro svolto. Per chi ha meno di 35 anni il settore conta: nel 58% dei casi le collaborazioni coinvolgono persone di quell’età.
Sulla mappa pesano le città. Dei 118 locali, 74 stanno in un capoluogo e 44 fuori. Torino ne conta 12, Bologna 11, Milano e Firenze 8 a testa.
Chi cerca un lavoro nella musica dal vivo troverà più spesso un’associazione che un’impresa classica, con molte ore di volontariato accanto ai contratti. Il dato da seguire, dopo la presentazione alla Camera, è se quel 5% di fondi pubblici si muoverà verso la quota europea.
Secondo Il Sole 24 Ore, nell’articolo di Francesco Prisco pubblicato martedì 3 novembre 2026, la ricerca è stata realizzata da KeepOn Live, Assomusica e Arci.