Nel 2023, ultimo anno con dati completi, i Paesi dell’Unione europea hanno destinato all’istruzione 806 miliardi di euro, il 4,7% del Pil complessivo. Eurostat segnala però un calo di lungo periodo: dieci anni prima, nel 2014, la quota era del 4,96% del Pil.

La spesa pubblica per la scuola in rapporto al Pil è scesa in modo costante in tutta l’area negli ultimi dieci anni. Svezia, Finlandia e Islanda restano ai vertici della classifica, con quote sopra il 6% del Pil investite nell’istruzione. Danimarca e Belgio seguono a poca distanza. L’Italia si ferma al 4,06%, sotto la media europea e lontana dai Paesi nordici.

Il legame tra spesa e risultati, però, non è automatico. Il Lussemburgo investe meno della media in percentuale di Pil ma spende per ogni studente quasi due volte la media europea, un divario che riflette più la ricchezza del Paese che uno sforzo relativo maggiore. La Bulgaria, all’opposto, mette nella scuola una quota vicina alla media, ma resta il Paese con la spesa per studente in assoluto più bassa dell’Unione.

I test Pisa dell’Ocse, che misurano le competenze di scienze, matematica e lettura tra i quindicenni, mostrano lo stesso scollamento tra risorse e risultati. Il 29,5% degli studenti Ue non ha raggiunto un livello sufficiente in matematica nel 2022, contro il 22,1% di dieci anni prima. Estonia, Irlanda e Danimarca ottengono i punteggi migliori pur avendo livelli di spesa molto diversi tra loro. La Lettonia, che investe tra le cifre più basse d’Europa, supera diversi Paesi nordici nelle stesse prove.

Il fattore che spiega meglio le differenze resta il reddito delle famiglie. Gli studenti provenienti da contesti economici più deboli ottengono sistematicamente risultati peggiori, a prescindere dal Paese in cui vivono. L’obiettivo dell’Unione è portare sotto il 15% entro il 2030 la quota di studenti che non raggiunge le competenze minime in matematica e lettura. La distanza da quel traguardo resta ampia oggi.

C’è anche una variabile demografica da tenere d’occhio. Se la spesa complessiva restasse stabile, il calo della popolazione studentesca in Paesi come Italia, Grecia e Spagna libererebbe più risorse per ogni singolo alunno, semplicemente perché gli alunni sarebbero di meno. Un effetto meccanico, non una scelta politica: la differenza la fa solo se i fondi risparmiati restano nel sistema scolastico invece di essere spostati su altre voci di bilancio.

Per l’Italia, che si avvicina alla prossima legge di bilancio, il dato apre una domanda concreta su dove verranno indirizzate le risorse liberate dal calo demografico nei prossimi anni. Chi segue i lavori sulla manovra troverà in questo capitolo uno dei punti da monitorare, perché la scelta tra reinvestire nella scuola o destinare altrove quei fondi si deciderà nelle prossime settimane, non tra qualche anno.

Dati ripresi da un’analisi di Euronews su cifre Eurostat e Ocse, riportati da QuiFinanza il 30 agosto 2026.