Istat ha confermato che il rapporto tra disavanzo pubblico e ricchezza nazionale nel 2025 si ferma al 3,1%, lo stesso numero già indicato a marzo. Il valore migliora se confrontato con il 3,4% segnato l’anno prima, però il tetto del 3% fissato dalle regole comuni europee continua a non essere rispettato. Il conto pubblico calcolato senza la spesa per interessi passa invece dallo 0,5% del 2024 allo 0,8% della ricchezza nazionale.
Guardando ai numeri assoluti, il disavanzo tocca quota 69,7 miliardi di euro, quasi 5 miliardi in meno di un anno fa. Quel conto senza interessi vale 17,4 miliardi in positivo. Cresce anche quanto risparmiano nel complesso le pubbliche amministrazioni: 50,4 miliardi, contro i 36,7 registrati nel 2024. A spingere il miglioramento sono state soprattutto le entrate correnti, salite di circa 42,4 miliardi, un aumento superiore ai 28,8 miliardi in cui è cresciuta la spesa corrente.
Il numero non arriva come sorpresa. Già a marzo l’istituto di statistica aveva indicato lo stesso 3,1%, cifra ribadita il mese dopo quando è arrivata la notifica ufficiale a Bruxelles, insieme a un debito pubblico quantificato al 137,1% della ricchezza nazionale. Con la revisione di settembre si chiudeva l’ultima occasione per veder scivolare quella percentuale al di sotto della soglia critica, cosa che non è avvenuta.
Restare sopra quel livello ha una conseguenza diretta: un dato entro il 3% avrebbe permesso all’Italia di lasciare prima del previsto la procedura aperta da Bruxelles per squilibrio eccessivo dei conti, attiva dall’estate del 2024. Fermarsi al 3,1% allontana quella via d’uscita, e tutto si sposta sui numeri del prossimo anno: la Commissione europea calcolava a maggio un disavanzo 2026 al 2,9%. La parola formale resta comunque al consiglio dei ministri economici dell’Unione, l’Ecofin. Alla vigilia dei dati, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva usato toni cauti, dicendosi più speranzoso che certo del risultato e ricordando che la parola finale spettava a un istituto che lavora in piena autonomia.
C’è anche una notizia migliore in mezzo alla revisione. La crescita in volume del 2025 passa a +0,6%, dieci punti base sopra quanto stimato a marzo, mentre il 2024 viene corretto con più forza, salendo fino a +1,1%. Espressa a prezzi correnti, la ricchezza prodotta nel 2025 arriva a quota 2.265 miliardi, con 7 miliardi in più della stima di marzo. Gli investimenti fissi hanno trainato l’economia con un balzo del 3,9%, i consumi di famiglie e amministrazioni sono saliti dell’1%, mentre l’interscambio con l’estero ha pesato meno: le esportazioni hanno guadagnato l’1,7% e le importazioni sono corse a un ritmo doppio, il 4,2%.
Un Pil più alto allarga il denominatore usato per calcolare deficit e debito, e in teoria aiuta i due rapporti, ma stavolta l’effetto non è bastato a spostare l’asticella sotto il tre.
L’aritmetica pesa già sulla legge di Bilancio in arrivo. Se il rapporto fosse sceso sotto il tetto europeo, il governo avrebbe potuto contare su una decina di miliardi in più, con una manovra vicina ai 30 miliardi nel complesso. Mancando quello spazio, tre interventi allo studio dell’esecutivo rischiano di slittare o ridimensionarsi: portare al 33% l’aliquota Irpef intermedia per i redditi fino a 60mila euro, alzare ulteriormente il limite di ricavi per chi sceglie la tassazione forfettaria, e togliere le tasse sulla tredicesima. Rimane un’ipotesi alternativa: escludere dal conteggio del disavanzo una quota della spesa destinata a difesa e sicurezza dell’energia, fino a un tetto complessivo di 14 miliardi spalmato su tre anni.
Per chi ha una partita IVA vicina alle soglie di reddito discusse per il forfettario, conviene seguire da qui alle prossime settimane come il governo distribuirà uno spazio di bilancio più stretto del previsto.
Dati Istat riportati da Money.it nell’articolo di Flavia Provenzani pubblicato martedì 22 settembre 2026.