Un’analisi pubblicata da Money.it lunedì 28 settembre accosta la Borsa americana di oggi al mercato del 1999, l’anno prima dello scoppio della bolla dot-com. La firma è di Tommaso Scarpellini, e il confronto nasce da tre elementi che secondo l’autore oggi coesistono come allora: una Federal Reserve tornata ad alzare i tassi, un’inflazione stabilmente sopra l’obiettivo e un rialzo azionario concentrato in pochi titoli tecnologici.
Il rendimento del Treasury trentennale viaggia vicino al 5,5%, un livello che l’autore paragona anche al giugno 2004: allora quel dato precedette mesi di turbolenza sulle obbligazioni di mezzo mondo. C’è poi il PCE, la misura dell’inflazione che la Fed usa per stimare la spesa reale delle famiglie Usa in beni e servizi: nel 2026 ogni singola rilevazione mensile lo ha collocato sopra quota 3%. Nel frattempo il Nasdaq-100 ha segnato nuovi massimi intorno a 30.770 punti, spinto quasi solo dai semiconduttori e dall’intelligenza artificiale.
Questa concentrazione, sostiene Scarpellini, è la parte più fragile del quadro. Se si tolgono dal conteggio i produttori di chip, per il terzo trimestre 2026 la crescita attesa degli utili passerebbe dal 63 al 24 per cento. Un divario così ampio, secondo l’autore, dimostra quanto la narrativa dominante poggi su un numero ristretto di aziende.
Un secondo parallelo, questa volta con il 2007, riguarda il VIX, l’indice che stima il rischio futuro sull’S&P 500 attraverso i prezzi delle opzioni. Nei giorni scorsi si è mosso intorno a quota 15, un valore basso rispetto alle ampie variazioni quotidiane registrate sui titoli tech, spesso di centinaia di punti. Proprio nel 2007 uno scarto simile tra percezione del rischio e movimenti reali arrivò mesi prima del crollo. L’autore lo definisce un segnale precoce possibile, non una previsione.
C’è infine un fattore che nel 1999 pesava meno: lo yen usato come valuta di finanziamento. Nessun altro paese estero possiede più debito Usa del Giappone, con un portafoglio stimato in 1.100 miliardi di dollari. Qualora Tokyo alzasse ancora i propri tassi, parte di quella liquidità potrebbe rientrare in patria, aggiungendo pressione sui rendimenti americani. Scarpellini ipotizza che l’effetto potrebbe allargarsi fino agli spread sui titoli periferici europei.
A completare il quadro arriva il PMI composito degli Stati Uniti: a settembre è salito a 58,4, il livello più alto degli ultimi cinque anni abbondanti. Un’espansione così robusta rende meno probabile un taglio rapido dei tassi, secondo l’analisi. Scarpellini resta chiaro sul limite del confronto: non è una previsione di crollo, ma un elenco di segnali che in passato hanno anticipato le fasi finali di un ciclo di mercato euforico.
Chi ha un portafoglio esposto ai titoli tecnologici trova qui un motivo in più per guardare oltre il prezzo. Il flusso degli utili fuori dai semiconduttori e le prossime mosse della Banca del Giappone sono i due dati da tenere d’occhio nelle prossime settimane, prima di qualunque decisione sull’allocazione.
Analisi firmata da Tommaso Scarpellini e pubblicata su Money.it lunedì 28 settembre 2026.