Il future sull’arabica quotato all’ICE di New York ha chiuso lunedì a 278,6 cent di dollaro per libbra, un livello inferiore del 10,6% rispetto a un mese fa e di oltre il 25% sotto i valori di inizio anno. Nei primi 20 giorni del mese il ribasso ha toccato circa il 20%, calcola la società di analisi agricola Areté.

Il Brasile, che da solo guida la produzione mondiale di caffè, ha visto tornare le piogge dopo un lungo periodo secco che aveva colpito duramente regioni come il Minas Gerais. Il 24 settembre la Conab, l’agenzia statistica del ministero dell’Agricoltura brasiliano, ha alzato le previsioni sul raccolto di quest’anno a un livello mai raggiunto prima: 67,6 milioni di sacchi, ciascuno da 60 chili, il 19,6% sopra la campagna precedente. La componente arabica tocca i 48,2 milioni di sacchi, con un balzo del 35%, mentre quella robusta scende del 7% a 19,4 milioni. Il dato, diffuso da Forbes Brasil, trova conferma in una ricostruzione indipendente di Conexão Tocantins e in Reuters.

Sul fronte opposto c’è il mais, che a settembre ha guadagnato terreno su tutti i principali listini. Al Cme il rialzo mensile viaggia intorno al 12% sulla media di agosto, sull’Euronext si ferma al 4%, mentre il contratto numero 103 sulla piazza di Bologna, il riferimento per il mercato italiano, sale di circa il 7%: cifre sempre calcolate da Areté.

Due tagli quasi simultanei spiegano il movimento. A settembre il report Wasde dell’Usda, il dipartimento dell’Agricoltura statunitense, ha fatto scendere la resa fino a quota 178,5 staia per ogni acro, 2,2 in meno rispetto ad agosto, e l’area raccolta scende a quota 88,5 milioni di acri: nel complesso, la produzione stimata cala di circa l’1,3% sul mese precedente. In parallelo la Commissione europea ha tagliato le sue stime sul raccolto europeo, portandole tra 50 e 50,6 milioni di tonnellate, un taglio del 17% sul dato 2025.

L’Italia lavora caffè verde quasi solo importato, e la filiera della torrefazione dipende dall’estero per la materia prima. Un arabica più economico abbassa, sulla carta, la spesa che le torrefazioni sostengono per l’approvvigionamento. Il passaggio a un prezzo più basso al bar o al supermercato non è però automatico: di solito serve qualche mese, e nulla garantisce che il risparmio si trasferisca per intero.

Il mais più caro segue una strada rovesciata, gonfiando la spesa per i mangimi e per l’industria alimentare trasformata: un elemento che BCE e le altre banche centrali seguono con attenzione dentro l’inflazione alimentare.

Per chi punta su ETC o fondi legati alle materie prime, il caso è da manuale: due commodity dello stesso comparto agricolo possono muoversi in direzioni opposte quando i driver, meteo e rese di raccolto, restano locali e non correlati. Nelle prossime settimane conviene osservare se il calo dell’arabica arriva davvero sugli scaffali, e se il rialzo del mais si scarica sui listini della carne e dei trasformati.

Dati ed elaborazioni riportati da Money.it (Ufficio Studi) nell’articolo pubblicato lunedì 28 settembre 2026.