Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e Teheran non indica quando riaprirà. Nella giornata di domenica 4 ottobre i tre massimi esponenti della Repubblica islamica hanno ribadito che il passaggio rimarrà bloccato finché Washington non rispetterà sette condizioni. Money.it, citando Al Jazeera, ricorda che da lì passa un quinto circa dei flussi mondiali di greggio e di gas liquefatto.
Quelle condizioni sono richieste iraniane, non un’intesa tra le parti. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha detto che lo Stretto non riaprirà se non verranno soddisfatte. Anche il capo della diplomazia, Abbas Araghchi, ha parlato di un Paese serio sia nel cercare soluzioni negoziali sia nel difendersi. Il testo delle sette condizioni non è stato reso noto.
Il quadro è fermo da settimane. Sabato 26 settembre Donald Trump ha bocciato un’offerta di Teheran: riaprire il passaggio in una settimana, a patto che finissero le ostilità regionali (Libano incluso), venissero sbloccati i fondi iraniani congelati e cadessero le sanzioni sul greggio. Lo riferisce Gulf News. Dalla Casa Bianca arriva il messaggio che non intende correre.
Uno dei funzionari sentiti da Reuters indica dove si inceppa il negoziato. Il problema non sarebbe tanto cosa fare quanto in quale ordine: chi muove per primo, e che cosa. Quando due parti litigano sulla sequenza, ciascuna chiede all’altra il primo passo, e nessuna lo fa.
La crisi ha una storia lunga. Il 28 febbraio gli americani e gli israeliani hanno colpito obiettivi iraniani, e da allora il passaggio è in larga parte interrotto. L’8 aprile è arrivata una tregua provvisoria, poi il blocco navale americano, dal 13 aprile al 29 maggio. Il 17 giugno è stato firmato il memorandum di Islamabad, ma le ostilità non sono davvero finite.
Teheran ha annunciato più volte la chiusura, con parole simili. Era successo in giugno, poi in agosto e di nuovo a metà settembre, sempre chiedendo il rispetto di condizioni prima di aprire. Per questo la dichiarazione di domenica va letta come una posizione negoziale ripetuta, non come una svolta. Nessuna riapertura è decisa, nemmeno parziale.
Sul fronte dei prezzi, lunedì 5 ottobre il Brent oscillava attorno ai 101,6 dollari al barile, in calo dello 0,7%. Il Wti stava a quota 90, con un ribasso dell’1,2%. Il greggio resta quindi storicamente alto, e i flussi alternativi di petrolio per ora tengono.
Per chi vive in Italia il canale è la bolletta. Un petrolio più caro pesa sui costi energetici di famiglie e imprese e alimenta le pressioni sui prezzi che la Bce, con un intervento di Philip Lane, ha già indicato come rischio per il 2027. Sui mercati, la crisi sostiene i titoli energetici e penalizza i settori sensibili ai costi di trasporto, mentre il dollaro beneficia del suo ruolo di rifugio.
Chi ha un contratto energetico a prezzo variabile farà bene a guardare il Brent nelle prossime settimane. Finché le sette condizioni restano richieste e non diventano un testo concordato, una riapertura rapida non è lo scenario da dare per scontato.
Money.it, Ufficio Studi, articolo del 5 ottobre 2026, che riporta le ricostruzioni di Al Jazeera, Gulf News e Reuters.