Il governo guidato da Friedrich Merz ha varato una riforma che allunga la vita lavorativa dei tedeschi e riduce i sussidi ai richiedenti asilo, nel tentativo di rimettere ordine nei conti pubblici. Lo racconta Panorama in un’analisi pubblicata ieri. La spesa sociale in Germania vale 1.345 miliardi di euro ogni anno, il 41% del bilancio federale, una cifra vicina all’intero prodotto interno lordo dei Paesi Bassi.

Il mercato del lavoro intanto si indebolisce. Da inizio anno sono già stati persi 127.000 posti, mentre negli ultimi quattro anni i licenziamenti complessivi hanno raggiunto quota 341.000. Volkswagen da sola prevede di tagliarne altri 100.000.

La riforma previdenziale, articolata in 33 punti, cancella la possibilità di andare in pensione a 63 anni. Chi ha già maturato 45 anni di versamenti non potrà più ritirarsi in anticipo senza subire una penalità. Diventa obbligatoria una pensione integrativa a capitalizzazione, e chiede ai lavoratori due punti percentuali di contributi aggiuntivi. La platea si allarga anche a professionisti autonomi, parlamentari e membri dei consigli d’amministrazione, che dovranno versare al sistema pubblico a meno che medici, avvocati e architetti non dispongano di una cassa professionale propria.

Sul fronte migratorio Berlino ha sostituito il vecchio sussidio di cittadinanza con un reddito minimo da 563 euro al mese, che decade se chi lo riceve non trova lavoro. Ne beneficiano 5,5 milioni di persone, cifra che potrebbe crescere con l’ondata di licenziamenti in corso. Il governo vuole inoltre rimpatriare circa 300.000 richiedenti asilo attraverso hub costruiti fuori dai confini nazionali. I trasferimenti ai Länder vengono ridotti, e gli uomini ucraini nella fascia 23-60 anni non hanno più diritto allo status di protezione.

La riforma pensionistica trova l’opposizione più dura proprio nei territori dove l’AfD è più forte. I governatori di Turingia, Sassonia-Anhalt e Sassonia si oppongono a togliere il diritto di ritirarsi con 45 anni di versamenti alle spalle. In Sassonia-Anhalt, dove si vota il 6 settembre, i sondaggi danno il partito di estrema destra vicino al 40%, con Spd e Verdi a rischio di restare fuori dal parlamento regionale. A Berlino, dove si vota il 20 settembre, Linke è al 21%, la Cdu al 19% e l’AfD segue al 18%.

Sul fisco Merz non vuole alzare le tasse, nonostante il governo abbia già stanziato 110 miliardi per il riarmo e preveda fino a 900 miliardi di nuovi investimenti. Per finanziare il piano mette in campo 500 miliardi di nuovi prestiti, che si sommano a un deficit annuale già programmato al 3,3% del prodotto interno lordo. L’Istituto di Kiel per l’economia mondiale, diretto dall’economista Moritz Schularick, calcola che la crescita tedesca nel 2026 non supererà lo 0,5%, trainata solo dalla spesa pubblica.

Chi segue i conti pubblici italiani dovrebbe guardare a Berlino nelle prossime settimane. Se la locomotiva tedesca resta sotto lo 0,5% di crescita e Merz continua a bloccare un bilancio comune europeo più ampio, per Roma sarà più difficile ottenere margini di flessibilità nella prossima trattativa a Bruxelles.

Dati e ricostruzione riportati da Panorama in un articolo pubblicato il 6 settembre 2026.