Le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno ascoltato le parti sul futuro degli impianti più inquinanti dell’ex Ilva, a Taranto, e martedì 20 ottobre non hanno preso alcuna decisione. I giudici hanno trattenuto la causa e la pronuncia sarà comunicata in seguito ai soggetti coinvolti. Intanto il tempo stringe, perché il termine fissato dalla Corte d’Appello di Milano è ormai vicino.
Il provvedimento sotto esame porta la data del 27 luglio. Con quel decreto la Corte d’Appello, correggendo in parte una misura già adottata a febbraio dal Tribunale di Milano, ha ordinato di spegnere altiforni, acciaierie e impianti collegati entro 90 giorni. La ragione è la tutela della salute. Secondo quanto riporta AGI, i magistrati milanesi contestano le emissioni di Pm 10 e di Pm 2,5, due tipi di polveri sottili, e l’amianto trovato dentro gli altiforni.
Il decreto non è rimasto fermo. Le società hanno chiesto di sospenderlo e hanno ricevuto un doppio rifiuto: l’11 settembre e poi il 5 ottobre il provvedimento è stato ribadito. Così la questione è arrivata in Cassazione, con due ricorsi straordinari. Il primo, presentato da Ilva a metà agosto, è seguito a fine mese dal ricorso di Acciaierie. Entrambe le società chiedono l’annullamento.
Dall’altra parte ci sono i cittadini di Taranto, che hanno promosso la causa contro Acciaierie e chiedono di impedirle di produrre. Per ciascuno dei due ricorsi hanno depositato un controricorso. La loro azione è nata anni fa a Milano ed è passata anche dalla Corte di giustizia europea, prima di tornare in Italia dopo la sentenza di Lussemburgo.
La Procura generale ha scelto una via di mezzo. Chiede di accogliere i ricorsi solo in parte, perché vanno messi in equilibrio la salute dei cittadini e le esigenze della produzione. Non è una difesa dello stop e nemmeno la sua cancellazione. Lascia aperta la possibilità di un provvedimento meno drastico, ma AGI non riferisce quale forma potrebbe avere.
A decidere sono nove magistrati, con alla guida il vertice della Suprema Corte, e le strade possibili sono tre. Può confermare il decreto, e allora il conto alla rovescia dei 90 giorni resta valido. Può annullarlo in via definitiva, e le società proseguono senza vincoli. Oppure può cassarlo e rimandare il fascicolo a Milano, per un nuovo esame con indicazioni diverse.
Sul fronte del lavoro, nel pomeriggio dello stesso martedì era previsto un vertice con i sindacati convocato dal dicastero del Lavoro. Sul tavolo ci sono le tutele per i dipendenti, a cui si aggiunge la cassa integrazione prevista dall’ultimo decreto legge del governo, che copre sia i diretti sia le imprese dell’indotto. I lavoratori chiedono la pensione anticipata, con il riconoscimento dell’esposizione ad amianto e inquinamento e della fatica del lavoro in acciaieria. Chiedono anche il ritorno degli incentivi alle dimissioni volontarie. In passato quell’incentivo valeva 100mila euro lordi, con importo decrescente.
Un’apertura su pensioni e uscite agevolate cambierebbe i numeri. Una parte degli addetti di Acciaierie d’Italia potrebbe lasciare l’azienda, e la platea da tutelare si ridurrebbe. AGI non indica però se il ministero abbia dato quella risposta.
Per chi lavora a Taranto o nell’indotto, la data da segnare è quella della notifica della Cassazione: da quel giorno si capisce se la scadenza dei 90 giorni conta ancora e cosa resta della cassa integrazione.
Secondo AGI, che ha pubblicato la notizia martedì 20 ottobre 2026 a firma di Domenico Palmiotti.