Nella Fascia dell’Orinoco si trova un giacimento con 35 miliardi di barili certificati: si chiama Junín-5, ed Eni ne è appena diventata operatore esclusivo. Il gruppo italiano assume ora la responsabilità tecnica, finanziaria e commerciale del progetto, un salto di ruolo netto rispetto alla partecipazione che aveva finora.

L’intesa porta la firma della presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ed è arrivata proprio mentre il segretario americano all’Energia Chris Wright si trovava in visita nel paese. Il tempismo lega la mossa di Eni al riavvicinamento più ampio tra Caracas e Washington sul fronte energetico.

L’accordo prende la forma di un Contratto di Partecipazione alla Produzione di Idrocarburi, il CPPH: dura 25 anni e lascia aperta la porta a un rinnovo. Sostituisce il vecchio assetto della empresa mixta Petrojunín, il veicolo societario che vedeva Eni con una quota del 40% e PDVSA con il restante 60%. Il cambio è possibile dopo che l’Assemblea venezuelana ha approvato a gennaio la nuova legge sugli idrocarburi, che introduce proprio il regime del CPPH.

Oggi il pozzo estrae poco più di 12mila barili ogni giorno. L’obiettivo dichiarato è portarlo verso un plateau vicino ai 180mila barili al giorno, un salto enorme per un’industria che si è ridotta per anni tra sanzioni internazionali e difficoltà ad attrarre capitali e tecnologie straniere. Eni non ha reso noto un calendario preciso per arrivarci, né l’entità degli investimenti richiesti.

In Venezuela Eni opera dal 1998. Il portafoglio locale conta sei licenze minerarie: due bacini offshore, il Golfo del Venezuela e il Golfo di Paria, più le aree onshore della regione dell’Orinoco. Nel paese Eni è arrivata nel 2025 a 64mila barili equivalenti al giorno, trainata soprattutto dal campo di gas Perla: da solo copre circa il 35% di tutto il gas che il Venezuela consuma. Junín-5 si aggiunge quindi a un portafoglio già consolidato, non a un ingresso da zero.

L’amministratore delegato Claudio Descalzi lo ha presentato come un tassello aggiuntivo nella strategia di rilancio energetico del Venezuela, legandolo al tema più ampio della sicurezza degli approvvigionamenti globali. È una lettura che riflette l’interesse di Eni a mostrarsi come partner strategico proprio ora che diversificare le fonti di energia pesa più che in passato: la valutazione arriva però dall’azienda stessa, non da una fonte indipendente che confermi tempi e costi del rilancio.

Il primo banco di prova sarà la curva di produzione dei prossimi trimestri. Se il salto da 12mila a 180mila barili al giorno procederà secondo i piani, Junín-5 diventerà uno dei poli produttivi più rilevanti nel portafoglio venezuelano di Eni; in caso contrario, il divario tra l’annuncio e i barili davvero estratti resterà la misura più concreta di quanto sia ripartita per davvero l’industria petrolifera del paese.

Dati e dichiarazioni riportati da Fortune Italia nell’articolo pubblicato il 3 settembre 2026.