Cinque gruppi energetici internazionali sono vicini alla firma, in Venezuela, di accordi definitivi: la trattativa si trascina da diversi mesi. Secondo quanto scrive Reuters citando quattro fonti, tra i protagonisti figurano le due americane GE Vernova e Chevron, insieme a Ongc (indiana), GeoPark (colombiana) ed Eni.

La firma potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Si tratta di intese separate rispetto all’accordo recente tra Washington e Caracas, che garantisce agli Stati Uniti una quota delle riserve petrolifere venezuelane: due percorsi diversi che convergono sullo stesso obiettivo, riportare capitali e tecnologia occidentale nel settore energetico del Paese sudamericano.

Sulla Borsa di Milano il titolo Eni ha reagito con un rialzo dell’1,5%, arrivando a 23,14 euro, in una giornata positiva per l’intero comparto petrolifero. Bene anche Tenaris, che ha guadagnato il 2,5%, e Saipem. Il movimento riflette due spinte diverse: da un lato il ritorno di Eni in America Latina, dall’altro un petrolio tornato a salire dopo le tensioni nello Stretto di Hormuz, dove un raid statunitense sull’isola iraniana di Larak ha spinto Teheran a colpire obiettivi Usa in Giordania.

Eni non è nuova al dossier venezuelano. Nel weekend la società ha reso noto di collaborare con le autorità locali per rilanciare il settore energetico del Paese, un impegno che comprende anche i progetti Junin-5 e Corocoro, oltre all’intesa già raggiunta per esportare il gas del giacimento Perla, nel golfo venezuelano. Descalzi, l’amministratore delegato del gruppo, segue personalmente da tempo l’espansione in America Latina.

Le mosse in Venezuela si aggiungono a un’espansione più ampia nel continente. Eni ha rafforzato la propria presenza nell’offshore uruguaiano nel corso della scorsa settimana, entrando ufficialmente nel blocco Off-5 insieme alla compagnia di Stato Ancap e a Miwen (controllata da Ypf), dopo il via libera delle autorità locali. Nello stesso periodo il gruppo ha ottenuto una quota del 40% nel blocco adiacente, Off-6, operato dalla statunitense Apa Corporation.

Reuters cita quattro fonti ma non pubblica il testo degli accordi né i dettagli economici delle intese venezuelane: mancano informazioni su durata, investimenti previsti e condizioni di uscita per le compagnie coinvolte. È una differenza che conta, perché un conto è ottenere l’accesso a un giacimento, un altro è avere garanzie stabili in un Paese dove le regole sugli idrocarburi sono cambiate più volte negli ultimi anni.

Per chi segue il titolo Eni in portafoglio, il dato da monitorare nelle prossime settimane non è tanto la firma in sé quanto i dettagli operativi che seguiranno. Solo quando emergeranno cifre su investimenti e produzione attesa dai giacimenti venezuelani sarà possibile valutare l’impatto reale sui conti del gruppo, oltre l’effetto annuncio già scontato in Borsa.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore il 31 agosto 2026, citando un’inchiesta di Reuters basata su quattro fonti.