Uno sviluppatore britannico di energia rinnovabile, Elgin, ha messo sul tavolo 460 milioni di euro per progetti in Italia, distribuiti tra Lombardia, Sicilia, Puglia, Umbria e Molise. A controllare Elgin da due anni è Copenhagen Infrastructure Partners, il fondo infrastrutturale con sede in Danimarca, noto con la sigla Cip e specializzato negli investimenti energetici. La scommessa riguarda un mercato in cui il gruppo è arrivato da poco: l’ufficio di Roma ha aperto nel 2024 e la prima intesa locale, con Rinascita Holding, uno specialista italiano di sistemi di accumulo elettrico, risale al 2025. Elgin punta a costruire entro il 2030 una pipeline di progetti sopra i 3 gigawatt, mettendo insieme la produzione da fonte rinnovabile e le batterie che immagazzinano energia.

A raccontarlo a Il Sole 24 Ore è Dermot Kelleher, amministratore delegato di Elgin da sedici mesi dopo undici anni passati come direttore finanziario del gruppo. Il percorso interno non è casuale. Kelleher descrive l’Italia come un mercato chiave nella crescita europea del gruppo, al punto da voler ampliare sensibilmente sia la squadra italiana sia il numero di progetti in cantiere nei prossimi anni.

Il capitolo più corposo del piano riguarda due tecnologie distinte. Un progetto di accumulo a batteria, quello che nel settore si chiama Bess (dall’inglese battery energy storage system), riguarda l’Umbria e assorbe da solo 250 milioni di euro. Altri 210 milioni circa sono destinati a quattro impianti agrivoltaici, che il gruppo conta di avviare nel giro di due anni.

I quattro impianti agrivoltaici sono distribuiti in altrettante zone agricole del paese. Il comune molisano di San Martino in Pensilis, al confine con la Puglia e con il territorio di Chieuti, ospiterà un impianto da 60,5 MW: l’investimento previsto è di 30 milioni di euro. A Ramacca, in provincia di Catania, il progetto prevede un primo impianto da 72 MW e un secondo da 60, per una spesa complessiva vicina ai 60 milioni di euro. Il progetto più ambizioso riguarda un comune pavese, Valeggio, dove un terreno oggi coltivato a risaia diventerà un impianto da 130 MW, per un investimento di 120 milioni di euro.

Il gruppo non lavora da solo. La collaborazione con Rinascita Holding offre a Elgin una conoscenza già consolidata delle norme italiane e dei tempi delle autorizzazioni. Nel settore dei permessi, spesso il vero collo di bottiglia, si tratta di un vantaggio non scontato. Durante il cantiere, i progetti potranno contare su fornitori locali e su nuova occupazione nell’indotto. Una volta operativi, gli impianti avranno bisogno di personale per la manutenzione tecnica, per seguire l’andamento agronomico dei terreni e per il monitoraggio da remoto. In tutto il gruppo sono già 150 i professionisti impegnati nello sviluppo di progetti rinnovabili su larga scala.

Per gli agricoltori delle zone coinvolte, ospitare un impianto agrivoltaico diventa una decisione economica da valutare nei prossimi mesi. Il canone del terreno si aggiunge al reddito agricolo, ma cambia l’uso del suolo per diversi decenni. Chi cerca lavoro nella filiera rinnovabile ha un altro riferimento temporale: le prime assunzioni per manutenzione e monitoraggio arriveranno quando gli impianti entreranno in esercizio, tra circa due anni.

Dati e dichiarazioni tratti da un articolo di Michele Romano pubblicato da Il Sole 24 Ore il 19 agosto 2026.