Dal 1° gennaio 2026 gli exchange di criptovalute devono raccogliere i dati fiscali dei propri clienti e condividerli con l’Agenzia delle Entrate, per effetto della direttiva europea nota come Dac8, come ha ricostruito QuiFinanza. Il recepimento italiano passa da un decreto legislativo, il numero 194, firmato il 10 dicembre 2025. La misura estende agli asset digitali lo stesso controllo che da anni riguarda i conti correnti aperti all’estero. Cambia così, in modo permanente, il rapporto tra chi possiede bitcoin o altre monete virtuali e il fisco italiano.
Le radici della norma sono internazionali, non europee. Nel 2022 l’Ocse ha messo a punto il Crypto-Asset Reporting Framework, lo standard pensato per colmare i vuoti di trasparenza tra Paesi diversi nel mercato delle valute digitali. L’adesione italiana a quello standard risale al 20 novembre 2024. Bruxelles ha trasformato quelle regole in obbligo comunitario quando i ministri dell’Unione hanno dato il via libera al testo, il 17 ottobre 2023, diventato poi la direttiva conosciuta come Dac8. È l’ottavo capitolo di una norma più ampia sulla cooperazione fiscale tra Paesi, cominciata con i conti bancari all’estero e proseguita con i dividendi e il commercio online regolato dalla precedente Dac7.
Gli obblighi di comunicazione non toccano direttamente i singoli utenti: ricadono sulle piattaforme, che la norma definisce Cao, cioè operatori di cripto-attività. Il decreto individua due tipologie di soggetti obbligati. La prima riunisce le piattaforme di scambio insieme ai fornitori di portafogli digitali autorizzati secondo il regolamento Micar, oppure abilitati tramite il passaporto europeo. La seconda comprende operatori che, pur senza quella licenza, mantengono un legame concreto con il nostro Paese: residenza fiscale qui, costituzione secondo le leggi italiane, oppure una filiale stabile sul territorio nazionale. Per non duplicare gli adempimenti, il testo introduce un principio di comunicazione unica: quando una grande piattaforma internazionale trasmette già i dati di un cliente italiano al fisco del Paese europeo dove ha la sede principale, la rete di scambio prevista dalla Dac8 fa comunque arrivare quelle informazioni a Roma.
Il 22 giugno 2026 l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato il provvedimento attuativo che stabilisce con precisione cosa deve arrivare al fisco. Oltre all’anagrafica e al codice fiscale di ogni utente, gli intermediari dovranno segnalare nove tipi di operazioni: gli acquisti e le cessioni di cripto-attività effettuate in euro, gli scambi diretti tra criptovalute diverse, i movimenti in entrata e in uscita verso portafogli esterni, i flussi sulle valute fiat usate per finanziare le transazioni, i proventi ottenuti da staking o lending, le compravendite di Nft e i pagamenti commerciali regolati in criptovalute. Il risultato è una ricostruzione puntuale della vita finanziaria digitale di ciascun contribuente, non un semplice saldo di fine anno.
Il calendario è già scandito passo per passo. La raccolta dei dati è partita il 1° gennaio 2026: da quella data ogni operazione entra negli archivi destinati al reporting fiscale. Entro il 31 dicembre 2026 gli utenti con un profilo già aperto dovranno fornire un codice fiscale valido, pena il blocco dell’account dopo due solleciti e sessanta giorni senza risposta. Il primo grande invio di dati sull’intero 2026 è fissato al 30 giugno 2027, mentre lo scambio automatico tra le autorità fiscali dei diversi Paesi europei parte il 30 settembre 2027.
Molti investitori credono che basti spostare i risparmi su portafogli privati come Ledger, Trezor oppure MetaMask, o restare dentro protocolli decentralizzati, per uscire dal radar del fisco. Non è così. Un protocollo decentralizzato non ha un soggetto giuridico capace di inviare segnalazioni, ma l’amministrazione fiscale applica comunque la logica dei flussi in ingresso e in uscita. Quando qualcuno sposta risorse da una piattaforma dove è già stato identificato verso un portafoglio personale, quel trasferimento resta comunque tracciato e l’indirizzo di arrivo finisce collegato al suo codice fiscale.
La Dac8, va detto chiaramente, non aggiunge nessuna nuova imposta per chi detiene criptovalute: le aliquote restano quelle già previste dal Tuir, il 26% oppure, in alcune situazioni, il 33% sulle plusvalenze oltre la soglia di franchigia. Ciò che cambia è la capacità di controllo. I dati confluiranno nell’Anagrafe Tributaria e saranno gestiti dal Centro Operativo di Pescara, così che ogni scostamento tra quanto indicato nel quadro RW e quanto trasmesso dagli exchange farà scattare verifiche automatiche.
Chi negli anni scorsi ha lasciato posizioni in criptovalute fuori dalla dichiarazione dei redditi ha ancora una finestra per rimediare. I mesi che restano prima del grande invio dati del 2027 sono il momento giusto per usare il ravvedimento operoso, perché una volta partito lo scambio automatico i controlli del fisco diventeranno pressoché totali.
Dati e ricostruzione normativa riportati da QuiFinanza in un articolo di Pierpaolo Molinengo, pubblicato domenica 26 luglio 2026.