Il numero di film usciti nelle sale italiane è raddoppiato in tre anni, da 501 a 1.002, ma il pubblico disposto a vederli non è cresciuto alla stessa velocità. Lo mostra un’analisi della Rome Business School, firmata da Valerio Mancini e Francesco Baldi, che nel titolo dice già il problema: più uscite, meno spettatori. Il dato che pesa di più riguarda il guadagno medio per titolo: nel 2019 un film incassava in media 1,3 milioni di euro, e nel 2025 quella cifra è scesa sotto i 500mila euro.

Il problema non è la domanda complessiva ma come si distribuisce su un’offerta molto più affollata. Nel 2025 il box office italiano è arrivato a 496,6 milioni di euro con 68,4 milioni di spettatori: una flessione del 22% sugli incassi e del 30% sulle presenze rispetto al 2019. Nel triennio 2023-2025 i ricavi restano quasi fermi, gli ingressi invece perdono il 3,2%. Nel 2025 preso da solo, i ricavi crescono dello 0,5% ma il pubblico cala del 2%: direzioni opposte, segno di una platea che spende un po’ di più per vedere meno film di quelli in circolazione.

Il prezzo del biglietto non spiega la frenata. Il costo medio è salito a 7,26 euro nel 2025: nel 2019 era fermo a 6,51 euro, un incremento dell’11,5%, inferiore all’inflazione dello stesso periodo, che ha superato il 19%. Un biglietto oggi costa quindi meno di quanto costasse prima della pandemia, una volta tolto l’effetto dei prezzi.

Mancini, uno dei due autori dello studio, individua il meccanismo dietro il paradosso: una quantità più alta di titoli in circolazione può convivere con una capacità media più bassa di ciascuna opera di trovare pubblico e ricavi. Moltiplicare l’offerta senza far crescere gli spettatori significa dividere la stessa torta in fette più sottili. Ogni film in più aggiunge concorrenza per gli schermi disponibili, per la promozione e per l’attenzione di chi deve decidere se uscire di casa una sera.

C’è un secondo fronte che lo studio segnala: gli investimenti sulle piattaforme streaming, saliti a 344 milioni di euro, stanno spostando peso verso il Vod, che ormai fa parte della stessa filiera del cinema in sala invece di restarne un canale separato. Per le case di distribuzione questo vuol dire scegliere, film per film, quale prodotto merita davvero l’uscita nelle sale e quale nasce già pensato per lo schermo di casa.

Per chi lavora nel settore, il numero da tenere d’occhio non è quanti titoli arrivano al cinema ma quanti riescono a trovare pubblico. Se la frammentazione continua a crescere più della domanda, il prossimo indicatore utile è il rapporto tra soldi investiti in produzione e incasso medio per film, non il totale delle uscite annunciate ogni stagione.

Dati e analisi riportati da Il Sole 24 Ore in un articolo di Andrea Biondi, pubblicato il 6 settembre 2026.