Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha messo davanti alle imprese un conto preciso. Il sistema Ets costa alla chimica italiana, sommando voci dirette e indirette, più di 600 milioni di euro ogni anno. Entro il 2030 la cifra dovrebbe arrivare a 1,5 miliardi. Ets è il mercato europeo dei permessi di CO2, quello che fissa il prezzo da pagare per emettere.
Secondo Il Sole 24 Ore, che ha seguito l’assemblea dell’associazione, Buzzella lega il dato a un confronto globale. L’Unione europea pesa per il 5,8% sulle emissioni mondiali, che dal 1990 sono cresciute del 60%. Negli stessi anni, dal 2021 al 2025, gli investimenti europei in nuova capacità chimica sono crollati del 90%. La sua conclusione: ridurre le emissioni svuotando le fabbriche non risolve nulla, e la transizione va fatta con pragmatismo.
Il secondo fronte è l’energia. Per la chimica la quota dei costi energetici sul fatturato di produzione era al 14% nel 2021 e al 18% nel 2024. Buzzella avverte che potrebbe salire oltre il 23%. Sul fronte del gas, quello europeo arriva a costare nove volte quello americano.
Il rischio, dice il presidente, non si limita a margini più sottili. Parla di fermate degli impianti, investimenti rinviati e produzioni spostate all’estero. Chiudere uno stabilimento significa perdere competenze, posti di lavoro e autonomia tecnologica, e quei pezzi non si recuperano.
Anche le alternative, secondo Buzzella, non sono pronte. L’idrogeno verde e la cattura e il riutilizzo della CO2, cioè le due colonne della transizione immaginata a Bruxelles, restano complessi sul piano tecnico e troppo cari per un uso su larga scala. Da qui la richiesta di neutralità tecnologica: obiettivi ambientali ragionevoli e libertà per le imprese di scegliere come raggiungerli.
Emanuele Orsini, che guida Confindustria, ha portato i numeri sui permessi. Nel 2016 una tonnellata di CO2 valeva 5,8 euro, oggi ne vale 87. Quest’anno, ha detto, le imprese italiane versano allo Stato 2,6 miliardi di euro, e vorrebbe che tornassero tutti all’industria per finanziare la decarbonizzazione. La sua proposta tecnica è semplice: i certificati dovrebbero circolare solo fra imprese. Sparirebbe così la speculazione e il costo scenderebbe a 6-7 euro.
Anche Antonio Tajani, titolare della Farnesina, ha detto che il governo è impegnato sul tema. Ha parlato di un primo risultato ottenuto di recente, giudicandolo insufficiente, e ha spiegato di lavorare per estendere alla chimica i benefici delle nuove regole. Per Tajani il Green deal, applicato com’è stato finora, non funziona.
Il quadro politico resta però fragile. Orsini ha raccontato che sul fronte Ets l’Italia si è trovata isolata, e ha annunciato un incontro con le confindustrie di Germania e Francia. La sua impressione è che a Berlino e Parigi diano ormai per persa l’industria di base.
Buzzella ha ricordato che la modifica appena introdotta alle regole Ets per la chimica è solo un primo passo. Per chi lavora nel settore o ha investimenti in aziende chimiche e manifatturiere, il prossimo segnale da guardare è l’esito di quel confronto con Germania e Francia: dirà se le richieste italiane trovano alleati a Bruxelles.
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2026, articolo di Cristina Casadei sull’assemblea di Federchimica.