Bitcoin ha chiuso la settimana a circa 78.000 dollari, il 22% sopra il livello di sette giorni prima. Il rialzo arriva dopo mesi in cui la criptovaluta era rimasta sotto pressione e, secondo la ricostruzione di money.it, nasce da più sviluppi macroeconomici che si sono accavallati in pochi giorni, non da un singolo fattore isolato.

Il primo tassello arriva dal Tesoro degli Stati Uniti. Il segretario Scott Bessent ha portato il riacquisto di titoli di Stato nelle fasce 10-20 e 20-30 anni a 4 miliardi di dollari, il doppio dei 2 miliardi precedenti. Un’operazione di questo tipo funziona in modo diretto: quando l’emittente ricompra i propri titoli sul mercato secondario, la domanda aggiuntiva sostiene i prezzi e comprime i rendimenti, che si muovono in direzione opposta al prezzo.

L’effetto immediato è stato contenuto: i rendimenti sono scesi di 5-10 punti base. Il trentennale resta intorno al 5,35%, con il decennale fermo poco sotto, al 4,75%. Le scadenze più lunghe restano quindi sotto tensione, e quella pressione non è sparita. Il mercato, però, ha letto la mossa come un’ammissione implicita che Washington guarda con crescente preoccupazione al costo del proprio debito. In un mese l’indice del dollaro DXY ha perso circa il 2,5%.

È qui che si apre il collegamento con Bitcoin. Un dollaro percepito come più debole riattiva quello che gli operatori chiamano debasement trade: la rotazione da attività denominate in moneta corrente verso asset ritenuti riserve di valore alternative alla valuta. A questo si è aggiunto un meccanismo tecnico separato, uno short squeeze: chi aveva scommesso al ribasso si è trovato costretto a riacquistare Bitcoin per chiudere le posizioni in perdita, amplificando un rialzo che si era già messo in moto.

I dati sui fondi quotati confermano che gli investitori istituzionali sono tornati a comprare. I 13 ETF spot su Bitcoin negli Stati Uniti hanno incassato flussi netti per un totale vicino a 2 miliardi di dollari in appena sette giorni.

Non tutti i grandi attori hanno partecipato al rimbalzo. MicroStrategy ha costruito più di ogni altra società la propria immagine attorno all’accumulo di Bitcoin in bilancio, eppure non ha comprato una sola moneta durante agosto. Ha invece venduto 3.328 BTC a circa 64.000 dollari l’uno, un prezzo sotto il proprio costo medio di carico di 75.385 dollari, e ha raccolto oltre 3 miliardi di dollari vendendo azioni proprie, tenendo la liquidità in dollari invece di reinvestirla in cripto.

Parte di quella liquidità è finita nel riacquisto delle azioni privilegiate STRC. Quei titoli erano stati emessi con l’obiettivo dichiarato di finanziare acquisti di Bitcoin, raccogliendo 2,47 miliardi di dollari nell’estate del 2025. Oggi distribuiscono una cedola del 12% l’anno, contro il 9% fissato al lancio, e trattano sotto i 100 dollari di valore nominale: ogni azione riacquistata toglie un costo fisso futuro all’azienda. Restare fuori dal mercato mentre il prezzo saliva sopra i 78.000 dollari resta comunque una scelta che gli osservatori continueranno a interrogare.

Tre eventi diranno se la spinta regge: l’incontro dei banchieri centrali a Jackson Hole di fine agosto, i dati economici statunitensi delle prossime settimane, e i passi che i regolatori europei e americani faranno sulle cripto-attività.

Per chi ha Bitcoin in portafoglio, il dato utile da controllare ogni settimana è quanto capitale entra ed esce dagli ETF, più del livello di prezzo isolato: è quel flusso a dire se quota 78.000 tiene come base solida o si rivela un picco passeggero prima di una correzione.

Dati e ricostruzione riportati da money.it in un articolo di Tommaso Scarpellini pubblicato il 24 agosto 2026.