Secondo Soldionline, il linguaggio della Federal Reserve resta rigido, eppure il prezzo di Bitcoin non si è mosso granché. La criptovaluta ha chiuso la settimana intorno ai 64.000 dollari. Regge insieme pressione monetaria, tensioni geopolitiche e un nuovo record sul fronte degli operatori professionali.

La banca centrale statunitense ha lasciato i tassi invariati, ma il tono del comunicato è stato tra i più restrittivi degli ultimi mesi. Il PCE, la misura dell’inflazione che la Fed guarda con più attenzione, ha segnato per la prima volta in sei anni un calo su base mensile, pur restando coerente con le attese annuali. Il petrolio è salito e Wall Street ha accusato una brusca correzione, recuperata nel corso della giornata.

Nelle ore attorno alla decisione, tra Bitcoin ed Ethereum sono state liquidate posizioni a leva per un controvalore di 286 milioni di dollari, con il saldo diviso quasi a metà tra rialzisti e ribassisti. Un equilibrio raro: segnala un mercato scosso su entrambi i lati, non solo tra chi scommetteva al ribasso.

Sullo sfondo, il Nasdaq ha accelerato di nuovo, sospinto dai conti trimestrali di Microsoft nella corsa all’AI. I fondi spot che replicano Bitcoin, quotati sul mercato americano, hanno chiuso quattro sedute consecutive in negativo con un’inversione: sono rientrati capitali vicini ai 32 milioni di dollari, anche se il prezzo restava sotto quota 64.000. Il mese resta comunque uno dei più fiacchi da quando questi strumenti esistono, un segno che gli istituzionali comprano con più cautela, non più a occhi chiusi.

Le stime più recenti indicano che circa il 72% degli scambi in criptovalute passa ormai da operatori istituzionali. Per i market maker questo significa volatilità mediamente più bassa, flussi concentrati su poche altcoin di grande capitalizzazione e domanda crescente per prodotti tokenizzati e per derivati regolamentati. Il meccanismo che fissa il prezzo, sia per Bitcoin sia per Ethereum, passa in gran parte dai perpetual futures, contratti che condizionano in tempo reale anche il mercato spot.

Resta aperto, negli Stati Uniti, un nodo fiscale. Se questi contratti verranno classificati come futures o come swap cambierà il modo in cui il fisco americano li tassa, con ricadute sulla struttura dell’intero mercato.

Sul fronte della tokenizzazione, la BIS, la Banca dei Regolamenti Internazionali, ha coordinato un test a cui hanno preso parte 28 banche internazionali, tra le quali JPMorgan, UBS e Citi. I regolamenti transfrontalieri in moneta tokenizzata hanno raggiunto un valore complessivo vicino a un milione di dollari, un esperimento piccolo ma letto dagli osservatori come prova concreta dell’interesse bancario per un’infrastruttura dei pagamenti costruita su tecnologia blockchain. Sulla stessa linea si muove Ondo Finance, che starebbe valutando un’operazione compresa tra 250 milioni e mezzo miliardo di dollari nel comparto degli asset tokenizzati.

Il quadro regolamentare americano resta però incerto. Secondo JPMorgan, le probabilità di approvazione del Clarity Act, la normativa sulla struttura del mercato crypto negli Stati Uniti, si stanno riducendo. Un possibile innesco di breve periodo rischia così di sfumare, anche se l’adozione istituzionale prosegue comunque.

A livello globale la stretta normativa continua. La Corea del Sud, dal 2027, tasserà i guadagni in criptovalute che superano circa 1.740 dollari. Nel frattempo un presunto schema di staking farlocco legato a XRP avrebbe fatto sparire circa 20 milioni di dollari, sottratti a risparmiatori sudcoreani: un promemoria dei rischi per chi investe senza esperienza.

Per chi ha un’esposizione cripto in portafoglio, il dato da seguire nelle prossime settimane non è il prezzo di Bitcoin ma la quota istituzionale degli scambi. Se continua a salire, la volatilità che ha sempre definito questo mercato potrebbe ridimensionarsi più in fretta del previsto.

Dati ed elementi di scenario riportati da Soldionline nell’articolo pubblicato il 30 luglio 2026.