AstraZeneca ha annunciato un piano da 66,2 milioni di euro da spendere nell’arco dei prossimi tre anni per gli studi clinici condotti in Italia. Non sono soldi già versati: è un impegno pluriennale, distribuito su circa 200 centri e strutture sanitarie del Paese. Lo ha riportato Fortune Italia, che ha seguito la presentazione di lunedì 29 settembre a Roma.

Una parte del budget è pubblica. Il Mimit, il ministero guidato da Adolfo Urso, mette 20 milioni dal proprio fondo per la ricerca industriale e biomedica, e li fa passare da Tech e Biomedical, la fondazione che collega ricerca e industria. Il resto della spesa ricade sull’azienda. Urso ha definito l’intesa una partnership tra pubblico e privato che può fare da modello per la sanità.

Il grosso della cifra va agli studi registrativi, quelli che servono a ottenere l’approvazione di un farmaco. Nel triennio la società ne avvierà 71 insieme ad Alexion, la sua azienda del gruppo dedicata alle malattie rare: 52 riguardano molecole AstraZeneca e 19 molecole Alexion. Per questo capitolo sono previsti 48 milioni di euro.

Gli altri fondi si dividono in tre voci:

  • 12 milioni per 24 studi osservazionali, i cosiddetti Real World Evidence, che guardano all’uso dei farmaci nella pratica quotidiana
  • 5 milioni per la ricerca indipendente
  • poco più di un milione di euro per strumenti di sanità digitale

I numeri dell’impatto vengono dalla stessa azienda. Secondo le stime di AstraZeneca, il programma potrebbe generare circa 180 milioni di euro di effetto economico sul Pil italiano e far risparmiare al Servizio sanitario nazionale circa 225 milioni. Sono proiezioni interne, e la fonte non dice con quali ipotesi siano state calcolate né se un soggetto terzo le abbia verificate. Va letto così anche il risparmio per la sanità: è una stima del proponente, non un risultato.

Il contesto spiega perché l’Italia sia un bersaglio. Fortune Italia cita questi numeri: nel 1990 l’Europa pesava per il 43% sulla spesa mondiale in R&S del settore, nel 2020 per il 31%. Gli Stati Uniti sono andati nel frattempo dal 36% al 53%. Quanto agli studi clinici partiti nel 2023, la Cina ne conta 6.300 circa e l’Europa 1.900.

C’è poi il problema dei tempi. Ruud Dobber, vicepresidente esecutivo di AstraZeneca, ha detto che una volta ottenuto il via libera dell’Ema, in Italia come in molti altri Paesi europei passano da 600 a 900 giorni perché un nuovo farmaco arrivi a medici e pazienti. Anche questo è un giudizio di parte, ma indica dove l’azienda vuole spingere: regole europee più favorevoli e accesso più rapido.

Il piano resta una promessa di spesa su tre anni, non un flusso già in corso. Il segnale da seguire è quanti dei 71 studi partiranno davvero, e in quali centri, nei primi dodici mesi: è il dato che dirà se i 66,2 milioni si trasformano in sperimentazioni aperte ai pazienti.

Secondo Fortune Italia, che ha raccontato l’iniziativa il 30 settembre 2026, il piano è stato presentato il 29 settembre a Roma.