Quasi un asset finanziario tokenizzato su cinque risulta oggi realmente in uso, una quota molto più alta di quanto mostrino i numeri grezzi letti direttamente sulle blockchain pubbliche. La stima è di Matthew Fisher, analista di Katana, che ha ricalcolato i dati escludendo i token che non sono mai realmente circolati e aggiungendo le operazioni chiuse fuori dai contratti standard, quelle che le statistiche on-chain non catturano.
Il risultato descrive un mercato diverso da quello raccontato finora. Titoli come obbligazioni o quote di fondi, una volta trasformati in token digitali su una rete pubblica, prendono il nome di asset tokenizzati e non sono più un semplice esperimento tecnico. Vengono già impiegati in modo operativo, soprattutto da banche e società di finanza strutturata che li usano per regolare transazioni tra loro.
Swift, la rete che ogni anno smista pagamenti internazionali per un controvalore in dollari vicino a 1.500 quadrilioni, con oltre 11.500 istituti finanziari collegati, è al centro di un confronto simile. Alcuni dirigenti del settore cripto sostengono che i circuiti basati su blockchain finiranno per rendere superato il sistema tradizionale. Chi lavora nei pagamenti istituzionali e nel settore bancario risponde in modo opposto: proprio la scala di Swift le permetterebbe di far propria la nuova tecnologia piuttosto che vederla come una minaccia, integrandola nei processi già esistenti senza che chi manda un bonifico se ne accorga.
I dati attuali non bastano a stabilire chi abbia ragione, ma un segnale arriva dal comportamento dei risparmiatori americani. Un sondaggio citato dagli analisti del settore descrive un pubblico meno interessato alla narrazione ideologica del Bitcoin come scudo dall’inflazione, più attratto da un uso pratico: piccole somme investite tramite app, accumulate con regolarità. Chi guarda alle criptovalute come a un prodotto da risparmio gestito in miniatura è oggi più numeroso di chi le vede come una rivoluzione monetaria.
Resta poi un fronte ancora acerbo: quello degli agenti di intelligenza artificiale capaci di scambiarsi pagamenti tra loro senza intervento umano. Alcuni analisti ritengono che questo scenario richiederà una valuta digitale nativa, diversa dagli stablecoin oggi in circolazione, che al momento non esiste in una forma matura. Né il micro-investing, né l’ingresso di Swift nella blockchain, né i pagamenti tra macchine hanno oggi una data di realizzazione definita.
Per chi ha un’esposizione cripto in portafoglio, il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è il prezzo del Bitcoin ma la quota di asset tokenizzati effettivamente scambiati: è quel dato a dire se la tecnologia sta entrando davvero nell’infrastruttura finanziaria o resta un esperimento di nicchia.
Dati e analisi riportati da Soldionline il 29 agosto 2026, con la stima sulla tokenizzazione attribuita a Matthew Fisher di Katana.