Armani ha aperto i colloqui con LVMH, L’Oréal ed EssilorLuxottica per vendere una fetta di minoranza della maison: è il primo passo che il testamento dello stilista fissa come tappa obbligata. Sul tavolo, scrive il Financial Times, c’è anche l’ipotesi di spartire il pacchetto tra i tre gruppi, con una fetta del 5% a testa. Nessuna intesa è stata ancora raggiunta.
L’amministratore delegato Giuseppe Marsocci ha confermato lo scenario domenica scorsa, a margine della sfilata milanese della maison: il testamento, ha spiegato, non impone che il compratore sia uno solo. L’esito dell’operazione dipenderà dall’accordo su prezzo e condizioni, e la società punta a rispettare le scadenze lasciate dallo stilista.
Il testamento obbliga la Fondazione Giorgio Armani a passare quella quota del 15% a uno dei tre gruppi indicati, oppure a un partner di pari peso scelto con il consenso di Pantaleo Dell’Orco, entro marzo del 2027. Un secondo passaggio, dal terzo al quinto anno dopo la successione, prevede che lo stesso acquirente rilevi un’ulteriore fetta, con una forbice che va dal 30% a quasi il 55% del capitale, in alternativa alla quotazione in Borsa entro cinque-otto anni. Se il primo 15% finisse diviso tra più soci, la clausola che lega il secondo passaggio a un unico compratore andrebbe chiarita.
I tre nomi scelti dal fondatore hanno interessi diversi tra loro. Fino al 2050 L’Oréal ha la licenza dei profumi e dei cosmetici a marchio Armani e, riporta il Financial Times, punterebbe soprattutto a difendere quell’accordo più che a entrare nel capitale in modo aggressivo. EssilorLuxottica cura la licenza dell’occhialeria dal 1988: sarebbe interessata solo a una quota contenuta e non escluderebbe di presentarsi assieme ad altri soci, mentre le sue priorità oggi sono il settore medtech e la crescita americana. LVMH avrebbe valutato un ingresso in autonomia, ma le fonti del quotidiano britannico segnalano che il marchio non è un abbinamento scontato per il gruppo guidato da Bernard Arnault: una parte rilevante dei ricavi Armani nasce da fasce di prezzo più basse di quelle dei marchi francesi di punta.
Sul prezzo la distanza resta ampia. Dal lato Armani si ragionerebbe su una valutazione vicina ai 10 miliardi, mentre gli acquirenti la stimerebbero decisamente più in basso, fra i 3 e i 7 miliardi di euro: la cifra arriva dal Financial Times, non da un dato confermato dalle parti. Con la prima cifra, il 15% varrebbe circa 1,5 miliardi; nella forchetta più bassa indicata dai compratori, tra 450 milioni e poco più di un miliardo. Sono punti di partenza nella trattativa, non un prezzo concordato: nessuna delle parti ha ancora presentato un’offerta vincolante.
I colloqui formali, attesi in origine per giugno, si terranno a cavallo tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre, in una fase in cui la spesa nel lusso resta fiacca. Nel frattempo il gruppo lavora su più fronti: Marsocci sta preparando un nuovo piano industriale con Boston Consulting Group, il board ha accolto manager esterni come l’ex numero uno di Gucci, Marco Bizzarri, mentre da settembre Dario Vitale guida la creatività di Emporio Armani, la linea che vale da sola quasi un terzo del fatturato del gruppo.
Chi segue il dossier nei prossimi mesi farebbe bene a guardare alla data dei colloqui formali più che alle cifre circolate finora: finché prezzo e struttura non sono fissati, ogni valutazione resta un’ipotesi messa sul tavolo da una delle parti, non un accordo raggiunto.
Dati e dichiarazioni riportati dal Financial Times e ripresi da Money.it il 28 settembre 2026.