Il progetto che punta a rendere più solido l’approvvigionamento idrico del Mezzogiorno ha quasi tagliato il traguardo. Dopo sei anni di cantieri, sono in fase di chiusura i lavori su otto dighe individuate dal distretto idrico dell’Appennino, un’operazione da 70 milioni di euro complessivi. L’obiettivo è aggiungere, ogni anno, una riserva stimata in 300 milioni: un volume che si misura in metri cubi d’acqua. A darne conto è Il Sole 24 Ore, in un articolo pubblicato sabato 12 settembre.

Il tema tocca un nervo scoperto. Siccità ricorrente, cambiamento climatico e reti che perdono acqua lungo il tragitto si sommano da anni nelle regioni del Sud, trasformando la disponibilità idrica in un problema che pesa su famiglie, agricoltura e imprese. Più acqua accumulata negli invasi rende meno probabile dover ricorrere a turnazioni o razionamenti nei periodi più critici.

Il paragone aiuta a capire la portata dei lavori. In media un acquedotto potabile ha bisogno di circa 200 litri d’acqua al giorno per ogni abitante servito. Se l’intero volume recuperato dagli invasi finisse a uso potabile, basterebbe per rifornire per un anno più di 4 milioni di persone, una cifra vicina all’intera popolazione della Puglia.

Non è la prima volta che il Sud prova a mettere in rete i propri sistemi idrici. Buona parte delle infrastrutture esistenti risale agli anni Sessanta, quando furono costruite con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Molte di quelle opere sono rimaste incompiute per decenni: dighe mai collaudate, adduttori mai completati, e almeno un caso, quello del collegamento Acerenza-Genzano in Basilicata, reso inutilizzabile da problemi di dissesto del terreno.

Il cambio di passo arriva con una norma del 2018, la legge 145, che assegna a Vera Corbelli l’incarico di commissaria straordinaria di governo, con il compito di rimettere ordine nel vecchio sistema Eipli, l’ente che si occupava di irrigazione e bonifica in Lucania, Irpinia e Puglia e che oggi, trasformato, opera come Acque del Sud. Sarà proprio questa società a gestire gli impianti una volta chiusi i cantieri.

L’obiettivo di fondo è collegare tra loro tre grandi bacini, quelli del Basento-Bradano, dello Jonico-Sinni e dell’Ofanto, così che l’acqua possa spostarsi da una zona all’altra quando serve. Il finanziamento è partito con 25 milioni dal Fondo sviluppo e coesione, poi si è allargato con altre risorse fino ad arrivare, con gli ultimi 16,5 milioni del Pnrr, a un totale di 68 milioni. L’80% è già stato messo sotto contratto.

Chi vive nelle regioni coinvolte non vedrà un effetto immediato in bolletta, ma la differenza si misurerà nella prossima estate di siccità. Se il collegamento tra i bacini funzionerà come previsto, la Puglia e le aree limitrofe avranno una riserva in più a cui attingere prima di dover ricorrere a razionamenti.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore in un articolo di Vera Viola pubblicato sabato 12 settembre.