Un reddito lordo di 30.000 euro l’anno non lascia lo stesso importo in tasca a tutti. Il netto finale dipende da come è composta quella cifra: se arriva da uno stipendio, da una partita IVA o dalla somma di più fonti diverse, il calcolo cambia radicalmente. Lo ricorda una guida pubblicata da Money.it, a firma di Simone Micocci, che mette a confronto i tre scenari più frequenti per chi vuole sapere quanto gli resta davvero disponibile. Tra un caso e l’altro lo scarto supera i tremila euro l’anno.

Nel caso di un dipendente privato senza familiari a carico né detrazioni aggiuntive, si parte sottraendo dallo stipendio lordo i contributi Inps trattenuti in busta, il 9,19%: circa 2.757 euro, che riducono la base su cui si calcola l’imposta a 27.243 euro. Su quella cifra, sotto i 28.000 euro, l’aliquota Irpef applicabile è il 23%, per un’imposta lorda vicina ai 6.266 euro. Le detrazioni per lavoro dipendente e il bonus legato al taglio del cuneo fiscale (mille euro, riservato a chi ha un reddito complessivo tra 20.000 e 32.000 euro) abbassano l’imposta effettiva fino a quota 3.220 euro. Tra contributi e Irpef, la trattenuta complessiva sfiora i 5.979 euro. Il netto annuo si ferma a 24.021 euro, cifra che non tiene ancora conto delle addizionali comunali e regionali, diverse da comune a comune.

Il conto cambia parecchio per chi fattura la stessa cifra da autonomo, con partita IVA nel regime forfettario. Qui il reddito da tassare non coincide con il fatturato: si ottiene applicando un coefficiente che dipende dal codice Ateco dell’attività, nell’esempio il 78%, da cui derivano 23.400 euro imponibili. Su questa base si calcolano per primi i contributi, interamente a carico del professionista. Chi è iscritto alla Gestione separata Inps applica un’aliquota del 26,07%, quindi circa 6.100 euro. Sul residuo si applica poi l’imposta sostitutiva: il 15% per chi segue l’aliquota ordinaria, oppure il 5% per chi rientra nei primi cinque anni di attività con i requisiti richiesti. Con l’aliquota piena il totale versato tra contributi e imposta arriva a circa 8.695 euro e il netto si ferma poco sopra i 21.300 euro. Con quella agevolata, invece, resta oltre 23.000 euro.

Chi opera in regime ordinario sottrae prima i costi effettivi dell’attività dal fatturato: solo sul reddito residuo si calcolano contributi, Irpef e addizionali locali. Due partite IVA con lo stesso fatturato possono così ottenere un netto molto diverso, a seconda delle spese sostenute e del comune di residenza. Chi invece somma redditi di natura diversa, per esempio uno stipendio con un’attività secondaria in forfettario e un affitto, non versa un’unica imposta su tutto. Le entrate soggette a Irpef ordinaria si cumulano tra loro, mentre quelle con imposta sostitutiva, dalla cedolare secca al 10% o al 21% fino al forfettario al 5% o al 15%, restano tassate ciascuna per conto proprio.

Chi sta valutando se aprire una partita IVA in forfettario invece di restare dipendente, o chi somma più fonti di reddito diverse, farebbe bene a simulare entrambi gli scenari prima della prossima dichiarazione dei redditi. La differenza tra un regime e l’altro, come mostra il confronto, può valere più di tremila euro l’anno.

Dati e calcoli ripresi dalla guida pubblicata da Money.it il 30 luglio 2026, a firma di Simone Micocci.