Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni è sceso dai massimi ma resta intorno al 5,1%. Martedì 20 ottobre ha toccato il 5,13%, al termine di sette giorni di forti oscillazioni, per una distanza di quasi trenta punti base tra picco e minimo. Il Btp decennale, per confronto, rende il 4,58%, circa 115 punti base più del Bund tedesco.

L’escursione è stata ampia. Mercoledì 14 ottobre il titolo ha raggiunto un massimo intraday di 5,329%, giovedì 15 è sceso a 5,037% e venerdì 16 ha chiuso a 5,09%. Per Money.it è il calo settimanale più marcato da quello chiuso il 1° agosto 2025. Un anno fa però il rendimento era inferiore di più di un punto: non si parla di un ritorno alla normalità.

Due fattori hanno spinto i prezzi dei bond in alto e i rendimenti in basso. Lo racconta Reuters. Da una parte la corsa ai titoli rifugio, mentre le Borse ballavano per i timori sulle aziende con molti debiti che pagano gli investimenti in intelligenza artificiale. Dall’altra, chi stava a guardare ha comprato bond appena i rendimenti hanno sfiorato i livelli più alti da decenni.

Secondo i dati della banca centrale americana, il ribasso ha toccato ogni scadenza. Il biennale è passato dal 4,79% al 4,74% tra lunedì 13 e venerdì 16 ottobre. Nello stesso arco il decennale è sceso dal 5,21% al 5,09% e il trentennale dal 5,56% al 5,43%. La curva sale ancora: il titolo a tre mesi si ferma al 4,26%, quindi il decennale paga circa 83 punti base in più, e 35 rispetto al biennale. Questi confronti sono calcoli di Money.it sui valori pubblicati.

Sulla politica monetaria pesa quello che ha detto Kevin Warsh, presidente della Fed, a Bangkok durante gli incontri annuali del Fondo monetario e della Banca Mondiale. Warsh ha spiegato che non intende anticipare le sue mosse sui tassi. Il mercato ci ha letto un tono meno duro in vista dell’incontro di fine ottobre. Per Lseg, citata da Reuters, la probabilità che i tassi restino fermi il 28 ottobre è circa dell’83%, mentre un aumento a dicembre sfiora l’88%.

La Fed arriva a quella data dopo l’ultimo rialzo, deciso il 16 settembre: un quarto di punto, con l’intervallo obiettivo portato a 3,75-4%. Il Comitato ha votato all’unanimità, 12 a 0. I numeri macro usciti da allora hanno lasciato il quadro com’era. A settembre i prezzi all’export sono cresciuti del 2,2% mentre gli analisti si aspettavano l’1%, e l’industria ha prodotto lo 0,7% in più contro una stima dello 0,4%.

C’è un indizio che spiega perché il mercato conti su altre strette. Il biennale, al 4,74%, rende circa tre quarti di punto più del tetto dei tassi ufficiali, fissato al 4%. Quando un titolo a breve scadenza paga così tanto più del costo ufficiale del denaro, gli investitori stanno puntando su nuovi aumenti.

Gli analisti leggono la discesa in due modi opposti. Dan Ivascyn, responsabile degli investimenti di Pimco, martedì 13 ottobre ha dichiarato a Reuters che il massimo dei rendimenti forse non è alle spalle. Si aspetta una Fed ferma per ora, e un ulteriore aumento entro dicembre; la casa di gestione ne vede uno o due. Michael Reynolds, di Glenmede, descrive invece movimenti contrastanti sotto la superficie, con il tratto lungo della curva trascinato in direzioni diverse nella stessa giornata.

Più cauto è il commento di Invezz, che rilancia Dow Jones Newswires. Secondo gli strategist di Jpmorgan i Treasury sarebbero ormai tirati, e ipervenduti. Per Jussi Hiljanen, di Seb, livelli così alti potrebbero iniziare a pesare sulla propensione al rischio.

Per chi segue Btp e obbligazioni, la data da segnare è mercoledì 28 ottobre. Se la Fed lascerà i tassi fermi ma farà intravedere un aumento a dicembre, il calo dei rendimenti potrebbe rivelarsi solo una pausa.

Articolo basato su un’analisi dell’Ufficio Studi di Money.it, pubblicata mercoledì 21 ottobre 2026.