Dal 1° gennaio 2027 si applicherà il Testo unico sull’Iva, cioè la raccolta unica delle regole sull’imposta. A introdurlo è il decreto legislativo 10 del 2026, varato per dare corpo alla riforma fiscale. Non siamo davanti a una bozza, ma a un provvedimento già varato con una data di partenza. Sostituisce il DPR 633 del 1972 e il decreto legge 331 del 1993.
Le aliquote non si toccano. Money.it chiarisce che il testo riordina norme, decreti e interpretazioni sedimentati in oltre cinquant’anni, senza modificare quanto si paga. Il nuovo impianto conta 171 articoli, divisi in 18 titoli e quattro tabelle allegate.
Per chi applica l’imposta, nella sostanza non cambia nulla, perché il provvedimento compila e non innova. Cambia invece l’organizzazione: operazioni nazionali, intracomunitarie e regole sui rimborsi finiscono dentro un’unica classificazione. Restano fuori controlli e accertamento, che stanno in un testo unico separato sugli obblighi fiscali.
C’è però un numero da tenere d’occhio. Per accedere alle semplificazioni contabili, i limiti dei volumi d’affari vengono rimodulati: per chi presta servizi il tetto è 500.000 euro, mentre per ogni diversa attività sale a 800.000 euro. La fonte non dice quali fossero i limiti precedenti, quindi non si può parlare di aumento o di taglio. Chi si trova vicino a una di queste due soglie deve verificarla con il proprio commercialista.
Il peso vero cade sulle aziende, sul personale amministrativo e sulle software house. Il primo scoglio sono i gestionali. Esenzione per le esportazioni, reverse charge e regimi speciali funzionano grazie a tabelle di codici Iva, e ogni codice rimanda a un articolo di legge. Dal 1° gennaio quei richiami vanno spostati dagli articoli del vecchio DPR a quelli del nuovo testo, e l’intera banca dati dei codici va rimappata.
Il secondo fronte sono i documenti. Lettere d’intento, fatture pro-forma, condizioni generali di vendita e contratti di fornitura pluriennali citano spesso le norme per esteso. Un esempio è il richiamo all’articolo 8 per le operazioni non imponibili. Quei testi vanno riscritti, altrimenti restano rinvii a norme abrogate.
Una clausola dell’articolo 170 attenua il passaggio. Le fatture elettroniche inviate al Sistema di Interscambio con i vecchi decreti citati per errore nel file XML non verranno respinte. L’impresa è così al riparo dallo stop alle emissioni. Money.it avverte però che il periodo transitorio non è una proroga, ma il tempo per mettersi in regola.
La tutela ha un limite che la fonte non scioglie. Non precisa per quanto durerà la tolleranza sui file errati, né se i riferimenti sbagliati nei contratti abbiano un trattamento analogo. Chi aspetta di scoprirlo rischia di arrivare a ridosso della scadenza con il lavoro ancora da fare.
Mancano tre mesi al 1° gennaio. Chi gestisce una contabilità farebbe bene a chiedere ora al fornitore del gestionale quando partirà la rimappatura dei codici, e a fissare una data per rivedere contratti e modelli di fattura.
Secondo Money.it, articolo di Patrizia Del Pidio pubblicato il 30 settembre 2026.