Con la manovra economica per quest’anno è arrivata, solo per il 2026, un’aliquota agevolata del 15% su una parte dello stipendio del personale pubblico non dirigente: i premi legati ai risultati, le indennità e altre voci variabili della busta paga finiscono sotto questa tassazione ridotta al posto delle aliquote Irpef normali. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito i confini operativi della misura con la risposta a un interpello datata 15 settembre 2026: è una norma già in vigore, applicata dalle amministrazioni, non una bozza né un’ipotesi allo studio.
Il punto sciolto dall’interpello riguarda proprio il requisito di reddito. Per accedere allo sconto, chi lavora nel pubblico impiego deve restare, nell’anno in corso e non in quello precedente, sotto una soglia di reddito imponibile da 50.000 euro maturato dal proprio lavoro. Un dipendente che nel 2025 guadagnava 48.000 euro e sale a 51.000 nel 2026 resta quindi fuori dal beneficio, mentre chi scende da 52.000 a 49.000 euro può accedervi, sempre che rispetti anche gli altri requisiti.
L’agevolazione copre un ventaglio preciso di voci: i premi organizzativi e quelli legati ai risultati individuali, le somme riconosciute per i turni e per la reperibilità, quanto viene pagato a chi lavora in condizioni rischiose o disagiate, i compensi collegati a responsabilità e incarichi specifici, oltre agli straordinari. Anche le indennità versate ogni mese possono rientrarci, a patto che il contratto del proprio comparto le classifichi come voci accessorie: lo stipendio tabellare segue invece sempre le aliquote ordinarie. Fuori dal perimetro restano i dirigenti, così come chi presta servizio nell’esercito o nella polizia, categorie che hanno già una propria agevolazione fiscale dedicata; il personale sanitario pubblico può invece sommare questo sconto ai benefici già previsti per il proprio settore.
Il tetto sui compensi ammessi resta fermo a 800 euro l’anno, e il risparmio dipende da quale aliquota si sarebbe applicata senza lo sconto. Su 800 euro tassati ordinariamente al 23%, l’Irpef dovuta sarebbe di 184 euro, contro i 120 dell’imposta sostitutiva: 64 euro di differenza. Se la stessa somma fosse rientrata nello scaglione del 33%, il conto ordinario salirebbe a 264 euro, mentre l’imposta sostitutiva resta ferma a 120, con un vantaggio di 144 euro. A questo si sommano le addizionali comunali e regionali, coperte anch’esse dal 15%: con un’aliquota locale del 3%, il risparmio complessivo può arrivare a circa 88 o 168 euro a seconda dello scaglione di partenza.
C’è però una condizione da tenere d’occhio fino a fine anno. Quando l’amministrazione applica lo sconto in corso d’anno ma a dicembre il reddito finisce comunque sopra soglia, il vantaggio ottenuto va restituito attraverso un conguaglio in busta paga. Chi lavora nella pubblica amministrazione e si trova vicino a quella soglia, magari per uno straordinario in più o un incarico aggiuntivo negli ultimi mesi dell’anno, farebbe bene a verificare con l’ufficio del personale come viene classificato ogni voce accessoria prima che arrivi il cedolino di dicembre.
Secondo quanto riportato da Money.it, i chiarimenti derivano dalla risposta dell’Agenzia delle Entrate all’interpello n. 173, pubblicata il 15 settembre 2026.