Il mercato non crede più che un’intesa tra Washington e Teheran sia vicina. Lo sta scrivendo nei prezzi. Petrolio e oro raccontano lo stesso timore: quello di una crisi geopolitica che si allunga.
Il barile di Brent, il greggio di riferimento in Europa, ha oltrepassato i 90 dollari. Il Wti, il suo omologo americano, viaggia sopra gli 85. L’oro, dal canto suo, si è spinto a ridosso dei 4.500 dollari l’oncia, un valore che non raggiungeva da due mesi.
Fino a poche settimane fa gli operatori scommettevano su un’intesa vicina tra le due parti, e quella fiducia si era riflessa nei prezzi. Ora che il negoziato sembra più lontano, il mercato sta pagando un conto doppio: più caro il petrolio per il rischio sulle forniture, più caro l’oro per la voglia di protezione. È la stessa scommessa sbagliata a spiegare entrambi i movimenti.
Angelo Drusiani, che da anni analizza l’andamento di petrolio, oro e altri metalli, spiega ad Adnkronos che il ritorno di questa correlazione è un segnale da non sottovalutare. Nei mesi scorsi l’uso delle riserve petrolifere aveva calmierato il prezzo del greggio senza fermare il rally azionario, e l’oro ne aveva risentito con un calo delle quotazioni. Ora, secondo l’analista, quell’equilibrio sembra essersi rotto.
Le scorte di greggio che gli Stati Uniti tengono come riserva strategica sono scivolate sotto la soglia dei 300 milioni di barili: il dato più recente segna 298,7 milioni, un minimo mai toccato dal 1983. È un dato che racconta quanto le tensioni con l’Iran stiano erodendo le riserve di Washington, in un momento nel quale il prezzo del barile conta meno del rischio geopolitico che il mercato gli attribuisce. Per le banche centrali il pericolo è che l’energia più cara complichi il compito già delicato di sostenere la crescita senza far ripartire l’inflazione.
L’oro resta uno dei beni rifugio preferiti nelle fasi più tese, ma il rialzo di questi giorni non nasce solo dalla geopolitica. Contano anche le mosse di acquisto dell’oro da parte delle banche centrali, il modo in cui il mercato legge i prossimi tassi, e le oscillazioni della valuta Usa. Drusiani osserva che l’aumento della domanda di protezione nei portafogli non equivale ancora a un allarme di crisi conclamata. Il suo consiglio resta comunque prudente: prevedere oggi come si muoveranno i prezzi è un azzardo, e chi non conosce a fondo il mercato dell’energia e dei metalli preziosi farebbe meglio a tenersene alla larga.
Chi ha in portafoglio fondi o ETF legati a petrolio e oro dovrebbe guardare, nelle prossime settimane, alla direzione dei prezzi più che al loro livello di oggi. Se il rialzo prosegue su entrambi gli asset insieme, il mercato sta ancora scontando un rischio geopolitico crescente. Chi invece ha un mutuo a tasso variabile ha un motivo in più per seguire i prossimi dati sull’inflazione, perché un’energia più cara si scarica, prima o poi, sulle bollette e sul carrello della spesa.
Dati sui prezzi e dichiarazioni di Angelo Drusiani riportati da Adnkronos, nell’articolo di Jole Saggese pubblicato l’11 agosto 2026.